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Le Stazioni del Ciclo
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Leggendo...
BLODEUWEDD FIGLIA DELLA NONA ONDA
E’ il momento dell'Emersione
di sbucare dalla durezza del Confronto
trarre la spada e con nuova
forza ed energia
lavorare con corazzo e perizia
per veder sbocciare al sole
i nostri progetti
Possa la Bianca Blodeuwedd
conduci con amore e saggezza...
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La Luna in Avalon nel 2010
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LE LUNE NEL 2010
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La Mascotte dell'Isola
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L'Isola ha adottato Margot!
Margot è una splendida gattina nera, accudita dai volontari dell'Associazione
MICETTI GRANATA.
Per conoscerla clikka qui sotto sul suo nome:
solo per lei!
MARGOT
.Le Dame dell'Isola.
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Ynis Afallach Tuath |
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| SANTE, DEE, EROINE E SAGGE DONNE: il calendario al femminile. -GIUGNO- |
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| Sabato, 29 Maggio 2010 - 10:28 - 307 Letture |
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LUNA DI GIUGNO: GIUNONE DEA DELLA FECONDITA’
Il mese di giugno, in contrapposizione al mese di maggio, è dedicato alla Sposa per eccellenza, Giunone, per i romani moglie di Giove, mentre Maia ne era l’amante.
Era questo il mese più propizio per le nozze e un residuo di questa credenza sussiste ancor oggi a vedere i numerosi matrimoni che ancora si celebrano in questo periodo.
In realtà Giunone, sotto i suoi diversi nomi, proteggeva non solo il matrimonio, ma tutta la vita riproduttiva di ogni donna: era chiamata Pronuba, colei che combina degli accoppiamenti appropriati; Cinxia, che regola la prima vestizione da parte del marito; Populonia, la dea della concezione; Ossipago, che da forza alle ossa del feto; Sospita la dea del travaglio e infine Lucina, colei che porta il neonato alla luce, la dea del parto detta anche Ilithya dai greci. Giunone esercitava la sua protezione in queste situazioni esclusivamente femminili perché era essa stessa la regina della femminilità, la sua stessa essenza. Per i Romani ogni uomo aveva il suo “genio”, uno spirito che lo rendeva vivo e sessualmente attivo; analogamente ogni donna aveva la sua “giunone”, non tanto uno spirito guardiano, quanto una forza interiore e vivificante della femminilità.
Con Minerva e Giove, essa costituiva la triade capitolina, la trinità che reggeva Roma. In quanto tale era Regina e anche Moneta, colei cioè che avvisa il suo popolo se un pericolo si andava avvicinando ( e metteva in guardia le donne da un cattivo matrimonio); siccome il suo tempio conteneva anche la zecca romana, l’attributo di moneta perse il suo primitivo significato di “colei che avvisa” (dal verbo moneo) e finì per assumere il suo significato attuale. Giunone era anche la dea del tempo, figlia di Saturno, e simbolo del ciclo mestruale come indicatore del tempo; dea della luna nuova era venerata dalle donne romane alle Calende, cioè il primo giorno di ogni ciclo lunare.
Ricordiamo che l’istituzione del matrimonio fu istituita presso i romani per acquisire in modo legale il potere economico e politico totale nella società. Chiamiamo questo sistema “famiglia patriarcale”, istituzione che ha consentito la nascita dello Stato così come oggi lo vediamo. Marija Gimbutas ha sostenuto che in Europa tra il 7000 e il 3.500 a.C. sarebbe esistita una società caratterizzata dall’uguaglianza tra i due sessi in cui le donne avrebbero ricoperto un ruolo dominante come sacerdotesse o capi-clan e la vita sarebbe stata governata da una Grande Dea simbolo della nascita, della morte e del rinnovamento (si veda a questo proposito il bellissimo film sulla vita di Gimbutas “Signs of time”).
Questa società civile e pacifica sarebbe stata spazzata via da una cultura diversa, emersa dal bacino del Volga, che la Gimbutas definisce Kurgan. Una cultura che usava le armi e il cavallo per sottomettere i popoli pacifici e che avrebbe trasformato l’antica cultura europea matrilineare in una cultura patrilineare da cui deriverebbe anche la cultura romana. Per acquisire il potere delle donne il metodo fu quello del matrimonio.
La storia è piena di guerrieri che sposano le Regine del paese conquistato: cito per tutte Lavinia, figlia della regina Amata, che fu data in sposa ad Enea dal padre Latino per suggellare un patto maschile di potere contro il parere della madre. Amata, dopo aver invano rivendicato il diritto della figlia a sposare chi voleva lei (in questo caso il cugino Turno), si toglie la vita impiccandosi. La storia di Amata e Lavinia, citata da Virgilio nell’Eneide, rappresenta la sconfitta del diritto materno e il passaggio dal matriarcato al patriarcato. Il matrimonio tra Lavinia ed Enea diede vita alla dinastia romana che aveva appunto fondamenta nel diritto matrimoniale che prevedeva prima di tutto la perdita del nome individuale per la donna, che acquisiva quello della famiglia del marito.
Il messaggio che i romani volevano mandare era chiaro: che la donna non era e non doveva essere un individuo, ma solo una frazione passiva e anonima di un gruppo familiare. Una frazione passiva e anonima che, essendo la sua destinazione quella di moglie (di un marito non da lei scelto) e di madre (di figli sui quali non avrebbe avuto alcun potere) non vi era ragione di individuare e conoscere come singolo, specifico e irripetibile essere umano. Il potere al quale erano sottoposte le mogli era detto manus e spettava solo al marito, oppure al suocero, oppure al primo figlio maschio e comprendeva molte regole tra cui quella di non poter disporre del proprio patrimonio e di poter essere uccisa dal marito in caso di adulterio o se beveva vino. E’ interessante questa seconda infrazione della legge, il bere vino. Il vino per i romani conteneva un principio di vita e dava la capacità di prevedere il futuro (capacità che era delle sacerdotesse) e soprattutto favoriva la perdita di controllo, perciò “la donna che beve vino chiude la porta alla virtù e la apre ai vizi” scriveva Valerio Massimo. Le donne erano quindi da tenere sotto il massimo controllo del paterfamilias affinché fosse chiaro che la gestione della vita collettiva e soprattutto economica era compito esclusivamente maschile.
I nostri spazi quindi diventarono sempre più limitati e noi donne trovammo modo di salvarci mantenendo le antiche memorie nascoste tra le righe del calendario.
Tra le sante del mese di giugno troviamo infatti S.Diana (giorno 10) antica dea Jana, dea lunare del libero cielo, protettrice delle Amazzoni e simbolo di libera vita e libere scelte; è interessante notare che la beata Diana ricordata nell’attuale calendario era una fanciulla che nel 1200 circa voleva prendere i voti, ma a causa dell’opposizione della famiglia, fu strappata al monastero con tale violenza che, riportano le cronache, ne ebbe le costole fratturate. Diana insieme ad Ecate era un nome spesso attribuito alle streghe e l’antica dea italica venne venerata nel suo boschetto sacro di Nemi vicino ad Ariccia per lungo tempo. La radice del suo nome ci porta alla parola “luce” (dal sanscrito Divyan) collegandola al culto solare di questo periodo che vede appunto il sole crescere all’orizzonte e portare il suo benefico calore alla terra. Diana è legata anche ad altre due divinità: Egeria, ninfa delle acque e sua assistente nei parti, e Virbio, dio dei boschi e suo primo sacerdote. Nel giorno a lei dedicato le donne andavano in processione a portare offerte e a ringraziare per i buoni parti avuti o per chiedere la fecondità.
Il culto di Diana era esclusivamente femminile tranne che per il ruolo di sacerdote che veniva ricoperto da uno schiavo fuggiasco. La lotta per ricoprire questo ruolo era feroce: gli schiavi duellavano tra loro per la conquista del Ramo d’oro, probabilmente il vischio che cresce sulle querce, e la morte del vecchio sacerdote per mano di quello nuovo era assicurata. Ritroviamo qui il doppio significato del culto di Diana, da una parte la sua energia femminile e fecondatrice, dall’altra il rito cruento del sacrificio e dell’uccisione rituale. Come non mettere in parallelo tutto questo con l’istituzione del matrimonio, che da una parte assicurava alla donna la protezione per la sua prole e la possibilità di essere feconda e dall’altra sacrificava ogni sua prospettiva di realizzazione e di vita personale al di fuori della famiglia?
Altre figure interessanti sono quelle delle sante Alice (giorno 13) e Marina (giorno 18) dee del mare e delle acque ( Alice da Alykè marina e Marina da Marinus donna del mare).
Della santa di nome Alice poco si conosce se non che fu un’altra delle bambine sacrificate al convento dove entrò all’età di sette anni e dove rimase fino alla morte nel 1250. Sembra che ad un certo punto della sua vita si ammalò di lebbra e che fu costretta a vivere separata dalla sua comunità conventuale. “Dalla testa ai piedi non vi era nulla di sano in lei…cieca, muore al sorgere del sole che la conduce a una nuova luce” cita Kurt Ruh nel suo “Storia della mistica occidentale” e ancora quindi troviamo il concetto di sacrificio estremo collegato con la rinascita nella luce.
S. Marina invece ha una storia da vera amazzone: si dice che amasse tanto il padre da non volerlo lasciare e quando lui volle ritirarsi in convento la fanciulla si travestì da uomo pur di seguirlo, cambiando il suo nome in Marino e facendosi passare per un eunuco. Dopo la morte del genitore continuò la sua finzione vivendo in un convento maschile. Durante un viaggio dovendo trascorrere una notte in una locanda Marino fu incolpato di avere sedotto la figlia del locandiere, che invece era stata messa incinta da un soldato di passaggio, e quindi venne espulso dal monastero e costretto ad allevare il bambino a lei/lui affidato con mezzi di fortuna. Quando dopo parecchio tempo si rivelò che la colpa non era sua venne riabilitata e riammessa alla vita claustrale. Alla sua morte, nel lavare e rivestire il corpo, si svelò la sua vera identità, ma ormai i suoi confratelli poterono solo accettare il fatto compiuto e riconoscere che era stata vittima di una grande diffamazione da lei accettata con pia rassegnazione, segno di sicura santità.
Da questo racconto possiamo comprendere come l’unica via per studiare e dedicarsi alla conoscenza fosse mentire spudoratamente sul proprio sesso. I monasteri maschili erano infatti gli unici luoghi dove la preghiera era unita allo studio e spesso si trovano storie di donne travestite da uomini per potervi entrare. L’episodio più famoso è quello della Papessa Giovanna che in questo modo riuscì addirittura a salire fino al soglio pontificio rivelando l’inganno solo quando partorì un bambino, sembra in processione a Roma, dove una strada vicino a Castel Sant’Angelo conserva la memoria di questo episodio su una lapide.
Anche la nostra S.Marina fu allontanata dal convento a causa di un episodio di gravidanza e nascita, anche se non suo, come se venisse ricordato che nel periodo della maternità ogni altro interesse deve essere messo da parte per privilegiare l’allevamento della prole. La doppia personalità di Marina/Marino ci ricorda la doppia valenza di Diana, fecondatrice e cacciatrice, yin e yang, una Dea Doppia ben descritta da Viki Noble nel suo libro dall’omonimo titolo. La Regina e la Guerriera sono due energie che noi donne portiamo strettamente collegate come ben documentato da numerose statuette e manufatti fin dalle epoche più lontane.
Le due sante Alice e Marina sono legate all’acqua e al segno del Cancro che inizia proprio il 21 giugno.
Il Cancro è simbolo dell’acqua originaria, acqua madre calma e mormorante, simile al latte materno, alla linfa vegetale. E’ il segno femminile per eccellenza, delle madri e delle donne sagge che portano la guarigione.
E proprio alla guarigione è collegata la grande festa solstiziale di S.Giovanni (giorno 24), periodo sacro di diretta comunicazione tra fra il visibile e l’invisibile, grazie al sole che raggiunge nel cielo la sua massima declinazione positiva. Nella tradizione greca i due solstizi erano chiamati porte: “porta degli dei o degli immortali” quello invernale e “porta degli uomini” quello estivo. I solstizi sono dunque simbolo di passaggio e quello estivo ci introduce nel mondo della manifestazione individuale, della forma materiale, una sorta di rinascita nella carne. Per questo le usanze connesse alla festa di S. Giovanni hanno la funzione di proteggere il creato, di proteggere le messi, di raccogliere le erbe per la guarigione, di esporsi alla rugiada della notte per le sue proprietà curative. In Russia le donne usano ancor oggi scendere vestite nei fiumi per far ringiovanire la pelle e preservarla dalle malattie e forse queste usanze hanno collegato strettamente questa notte con le streghe che, si dice, volino nel cielo sulle loro scope…
La Società di Diana, cioè la Società delle striges, era formata da una scia di signore che nella notte si davano a pazze feste, bevevano vino e perdevano il controllo, cosa alquanto disdicevole fin dal tempo dei romani. In realtà le guaritrici che uscivano alla raccolta delle erbe curative si ritrovavano sotto qualche grande albero per scambiarsi notizie e materiale di cura e sicuramente mangiare e cantare insieme. Famoso è rimasto il noce di Benevento dove sembra si tenesse un Gran Sabba e che fu ripetutamente tagliato durante il periodo oscuro dell’Inquisizione per impedirvi i raduni notturni delle donne. La presenza di Diana, l’arcaica signora delle selve e delle donne libere, rivela come la figura della strega medievale sia il risultato di un processo di demonizzazione della religione pagana e di un tentativo di sottomettere gli ultimi fuochi di ribellione delle donne.
Note: (a cura di Elys)
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