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Ynis Afallach Tuath

Quando Avalon era un’isola: i villaggi lacustri del Somerset.
Venerdì, 19 Novembre 2010 - 17:15 - 3642 Letture
Celti L’area centrale del Somerset a sud-ovest delle colline Mendip consiste soprattutto di terra paludosa ed è attraversata da alcuni fiumi. La parte pianeggiante è composta principalmente da argille alluvionali e ghiaia, ma anche di sabbie marine, ciò che sembra indicare che questa parte era soggetta ad incursioni del mare. In particolare nell’area esaminata, dove scorre il fiume Brue, vi è uno strato continuo di torba rotto in alcuni punti da piccole isole.

Ai tempo del primo villaggio lacustre, queste terre basse erano coperte da numerose paludi poco profonde. “Queste aree d’ acqua erano circondate da tratti irregolari di palude acquitrinosa, coperte di salici ed ontani, e bordate da foreste di querce e grandi alberi fino alle terre collinari” ((Bulleid, 1924, 19-20) Questo bacino paludoso era ancora esistente per tutto il XVI secolo ed è ancora registrato in mappe contemporanee. Al giorno d’oggi resta soltanto il nome dello Stagno di Meare.Le brughiere tra Glastonbury e Meare oggi hanno un aspetto molto diverso da quello che avevano al tempo dei Villaggi Lacustri, ovvero circa 2000 anni fa. Il fiume Brue che scorreva oltre il Tor era più un torrentello pigro che un fiume vero e proprio e l’intera area tra Glastonbury e Godney era una palude arborea (ontani e betulle crescevano maggiormente sugli appezzamenti sparsi di terre più asciutte) dove la maggior parte della zona era di acqua ricoperta da cannucce di palude. Un’enorme torbiera innalzata giaceva a ovest e conteneva la palude che si estendeva fino alle isole rocciose di Meare-Westhay, ma c’era uno stagno aperto a nord di Meare. L’intero paesaggio aveva un aspetto piuttosto desolato.
A causa di queste condizioni geografiche, il nome ‘villaggi lacustri’ non è proprio corretto, poiché Glastonbury era un villaggio di palude arborea e i villaggi di Meare erano stabiliti sul bordo della torbiera innalzata. Nessuno dei due era esattamente un villaggio lacustre, sebbene il nome sia ben radicato nella tradizione e sembrerebbe fuori luogo chiamarli altrimenti.


Ricostruzione del villaggio disegnato da A.Forestier (riportato in Coles-Minnitt, 1995, 14)

Il villaggio lacustre di Glastonbury (ampiamente basato sul resoconto di Bulleid)
Il villaggio lacustre di Glastonbury fu scoperto, quasi per caso, da Arthur Bulleid nel marzo 1892, quando notò un campo coperto da piccoli tumuli fuori Glastonbury, una caratteristica insolita su una terra altrimenti piatta. Dopo un sopralluogo iniziale dove furono raccolti frammenti di ceramica e di ossa dai tumuli, fu intrapreso un tentativo di scavi che rivelò altre ossa e ceramiche, insieme a focolari di argilla e resti in legno di case dell’Età del Ferro. Gli scavi ufficiali cominciarono più in là nell’estate e durarono per 11 anni, seguiti da ulteriori anni di studi ed analisi. I libri che seguirono determinarono una rivoluzione nella conoscenza della storia dell’Età del Ferro nella Gran Bretagna meridionale.
“Questo lago deve essere stato di estensione molto più grande duemila anni fa, e probabilmente includeva i villaggi lacustri di Glastonbury e Meare entro i suoi confini” (Bulleid, 1924, 19-20). Il villaggio lacustre di Glastonbury era situato a circa un miglio a nord dell’odierna cittadina, al centro della brughiera. L’affermazione di Bulleid che i tumuli a forma emisferica, che avevano un diametro di 14 a 40 piedi, rappresentassero ognuno il sito di un’abitazione fu smentito dalle analisi successive, poiché fu provato che non tutte le strutture rinvenute sui tumuli era ciò che restava di dimore vere e proprie, tuttavia un qualche tipo di struttura per vari scopi fu trovata su ogni tumulo. Durante gli scavi, i ritrovamento di uno strato di terreno alluvionale profondo da 6 a 18 pollici, prova che il sito è stato sommerso di volta in volta, e forse gli abitanti costretti a lasciare le loro case.

Struttura del sito
Il villaggio lacustre di Glastonbury consiste di 90 tumuli, o montagnole, di misura e consistenza diverse, alcuni molto spessi ed altri molto esili, sparpagliati per un’area triangolare.
Il sito fu scelto in origine perchè il suo suolo di torba era più fermo che in altre parti della palude e si trovava su acque navigabili, o nei pressi di esse. Il ritrovamento nel sito di molte radici di ontano e salice suggerisce che nel posto queste due specie di alberi crescevano fitte, e recavano sui loro tronconi le tracce di colpi d’ascia che datavano del tempo in cui furono abbattuti per fare spazio e materiale per le nuove case. Gli alberi di salice in particolare e le loro foglie formavano una stratificazione di torba di spessore variabile, sulla quale furono ritrovate tracce considerevoli di attività umana.
Il villaggio di Glastonbury era circondato da una linea continua di pali piantati nella torba, molto fitti in alcuni punti, con solo una zona ad ovest lasciata libera. I pali erano in legno di ontano, betulla e quercia e quando alcuni di essi furono estratti dalla torba per essere esaminati, recavano ancora i segni di ascia e dei falcetti come se fossero stati tagliati di recente. E’ possibile che la palizzata non offrisse solo protezione ma mantenesse anche le fondamenta del villaggio in posizione. Lo spazio immediatamente all’esterno della palizzata era usato come immondezzaio generale dal momento che enormi quantità di tracce di occupazione umana furono ritrovate negli strati di torba, come ossa di animali, frammenti di ceramica, proiettili di fionda, legno lavorato e tagliato, attrezzi in ferro, una ciotola in bronzo e persino dei resti umani.
La palizzata racchiudeva un terreno di circa 9600 mq. L’intera area era coperta da una piattaforma o fondamenta di legno che appoggiava sulla torba e che costituiva una sorta di sub-struttura e ce era più spessa e più robusta sotto le dimore e la palizzata. Era costituita principalmente da ceppi di legno con gli interstizi riempiti di argilla, torba e sterpaglie, e il legno impiegato era per lo più ontano, ma anche quercia, frassino, betulla e salice.
I pavimenti delle dimore erano aree circolari di argilla appoggiata sulla sub-struttura, di un diametro che variava tra 4 e 14 mt., con una superficie convessa o piatta. Se ne possono distinguere circa 250 nel sito, tutti costruiti con un tipo di argilla giallo che proveniva dalle cave appena fuori Glastonbury. A causa della compressione della sub-struttura e la morbidezza della torba, i pavimenti affondavano di continuo e per mantenerli al di sopra del livello dell’acqua era necessario innalzarli costruendo un altro strato di argilla sopra di essi, talvolta rinforzato da un altro strato di legno. Questo faceva sì, dopo molte sovrapposizioni, che i pavimenti assumessero una superficie concava. In alcune case furono ritrovati fino a dieci pavimenti sovrapposti. Il villaggio consisteva di 89 aree di argilla, o montagnole, ma è impossibile stabilire con esattezza quante di queste erano vere e proprie dimore; su venti di esse in particolare le prove di occupazione sono molto scarse. Le capanne erano rotonde, avevano un diametro di 5 a 8 mq ed erano costruite piantando una linea circolare di pali verticali attraverso il pavimento di argilla dentro le fondamenta. Lo spazio tra i pali veniva riempito con un intreccio di canne ricoperte da intonaco. Quando c’era bisogno di un nuovo pavimento, la capanna doveva essere ri-eretta e il diametro aumentato. Negli scavi furono ritrovati una serie di cerchi concentrici lasciati dai pali delle case che erano state ricostruite. I tetti della capanne erano appoggiati su di un palo centrale, la cui posizione è stata solitamente trovata vicino al focolare incassato nel pavimento. Gli edifici più grandi avevano più di un palo di supporto. I resti mostrano che alcune case avevano partizioni interne e altre avevano una pavimentazione in assi di legno.
Quando si rinnovavano i pavimenti a causa dell’affossamento del terreno, anche il focolare andava innalzato, ma questo era fatto in maniera indipendente. I focolari erano solitamente sovrapposti, soprattutto in case con pavimenti multipli. Il numero di focolari rinvenuti su di un singolo tumulo varia da zero a tredici. La stragrande maggioranza di essi erano fatti di terracotta, ma alcuni erano rivestiti di lastre di pietra o detriti di arenaria, altri fatti di sabbia ed altri ancora di marna. Quasi tutti erano circolari, ad eccezione di alcuni che erano rettangolari, per lo più convessi con pareti inclinate. Uno di loro in particolare era ornato con incisioni di anelli. Su parecchi tumuli l’entrata era chiaramente segnata da assi di quercia che sostituivano i pali nel perimetro. In alcune case la soglia di ingresso è stata rinvenuta ancora completa, fatta di lastre di pietra o di calcare di epoca liassica, ma purtroppo non sono stati ritrovati resti di porte.
C’è una sorprendente mancanza di sentieri e strade battute attraverso il sito; questo potrebbe significare che o il suolo era abbastanza fermo nella maggior parte del sito per permettere facilmente il movimento oppure che era così molle che l’intera superficie si ammollava e cambiava di continuo. Malgrado il fatto che non siano state scavate vere e proprie superfici calpestate, rimangono tracce di alcuni sentieri in pietra e qualche lastra e passatoi in pietra sparsi qua e là. Inoltre furono trovati alcuni brevi sentieri in arenaria che legavano alcuni dei tumuli fra di loro. Bulleid riportò che i diversi tumuli erano collegati l’uno con l’altro da sentieri fatti di pietrisco, arenaria levigata, o calcare liassico (giurassico). Il più lungo misurava approssimativamente 18 mt

La classica casa del Villaggio Lacustre di Glastonbury è stata presa ad esempio come un tipo di casa dell’Età del Ferro fin da quando Bulleid ne pubblicò una descrizione nel suo libro del 1911 (Coles-Minnit, 1995,105). Un tipica casa era rotonda con il muro fatto di pali conficcati attraverso il pavimento di argilla dentro alle fondamenta e in seguito riempito di malta. I pali erano legati insieme per mezzo di vimini intrecciati o pannelli. Questi ultimi non erano molto comuni ma quelli ritrovati erano alti due metri, suggerendo un’altezza del muro simile. Il tetto era probabilmente fatto di canniccio di palude, come sembrano testimoniare alcuni resti carbonizzati trovati su alcuni dei tumuli, ma anche di erica o paglia, supportate da travi. Le abitazioni su sette tumuli possedevano un’entrata più complessa fatta di pesanti pali di legno posti ad entrambi i lati della porta. Gli ingressi erano generalmente larghi 1,5-2 mt., ed erano orientati in varie direzioni, sebbene ovest e sud-ovest fossero le più frequenti. Sono state rinvenute molti ingressi pavimentati (lastre di calcare liassico o legname). E’ impossibile determinare quanto tempo occorreva agli antichi abitanti per costruire una singola casa, ma da un esperimento condotto dall’Amministrazione della Contea del Somerset, si può calcolare che ci volessero 7 persone per 14 settimane di duro lavoro. Queste strutture erano generalmente molto robuste e durevoli nel tempo, e si calcola che potessero durare fino a 50 anni e più se costantemente abitate e restaurate in maniera appropriata. I focolari erano frequentemente piazzati vicino al centro del pavimento ed erano per lo più fatti di terra cotta che era messa in forma con strati circolari alti circa una spanna dal livello del pavimento; una minoranza era fatta di lastre di calcare liassico o di ghiaia. In alcuni casi, attorno ai focolari sono state rinvenute tracce di blocchi di pietra che potevano avere servito da sedili e che rappresentano una delle scarse tracce di mobilia trovati nelle case. I pavimenti interni erano piastrellati di lastre di pietra o assi di legno.

Il sistema difensivo dell’insediamento è incerto. Bulleid descrisse una linea continua di pali che circondava il sito, ma degli studi successivi si scontrarono con questa teoria e tesero a considerare questi pali, che scavi successivi provarono non essere troppo continuativi, come un semplice steccato (Coles-Minnit 1995, 108). La linea dello steccato è piuttosto irregolare e presenta degli spazi vuoti. Lo steccato non sembra essere stato costruito tutto nello stesso periodo, dal momento che in alcuni punti i pali sono conficcati attraverso i pavimenti delle case e in altri punti il pavimento di argilla causò lo spostamento dei pali verso l’esterno o la loro rottura. Ci sono tre o più linee di pali in alcuni punti poiché si dovettero fare riparazioni e rinforzi in periodi successivi; i pali erano fatti principalmente di ontano ma anche di betulla e quercia e probabilmente erano alti meno di 1 mt., suggerendo che non erano stati fatti per scopi difensivi. Sembra plausibile che alcuni degli spazi vuoti nello steccato servivano da ingressi ed alcuni di essi presentano persino una curvatura verso l’interno. Sul lato nord dell’insediamento rimane uno spazio vuoto con dei pali di palizzata supplementari ai lati e un tronco d’albero che giace di traverso, suggerendo una barriera mobile, ma l’entrata originale dalla strada rialzata si suppone fosse al lato est, dove c’è un sistema simile di barriera mobile e in aggiunta una pavimentazione in ceppi ed assi di legno all’interno. Vi era anche un ingresso più ampio al lato est sud-est ed uno al alto sud est che fu successivamente chiuso. Oggi gli studiosi pensano che probabilmente ci dovessero essere un totale di nove entrate di cui solo cinque sono molto chiare e solo le due menzionate avessero sistemi di chiusure con tronchi d’albero, mentre le altre non avevano segni visibili di cancelli o barriere (Coles-Minnit 1995, 110)
“La passerella o strada rialzata sul’acqua era rappresentata da un basso tumulo a forma di cuneo, situato al lato est del villaggio, e al di fuori del recinto della palizzata” (Bulleid, 1924, 33). Era lunga approssimativamente 50 mt. e larga 1,5 mt., ed era composta di argilla gialla sostenuta da legname e legno di scarto ricoperta da uno strato di pietrisco di calcare liassico. I lati ovest ed est erano supportati da assi di quercia, ben rifiniti e appuntiti in cima. Un ceppo squadrato di quercia giaceva di traverso alla terminazione a nord, parzialmente incassato nell’argilla e deve essere stato parte del ponte di attracco.
L’argine era lungo 40 mt. e stava ad una distanza maggiore dai confini del villaggio che la passerella. Era costruito con blocchi di calcare liassico, argilla e legname.

Lungo tutta la sua vita, l’insediamento subì cambiamenti ed evoluzioni costanti, sia con le riparazioni, le nuove costruzioni e le demolizioni, e anche una costante espansione, con la selezione di nuove aree per l’occupazione e lo sfruttamento continuo delle aree boschive e delle cave nei dintorni del villaggio. Anche i singoli tumuli nel corso della loro intera vita non servirono ad un solo scopo ma furono impiegati per molte attività diverse e per questo motivo subirono alterazioni e rifacimenti, persino alcuni radicali cambi di forma. Il sito aveva una struttura molto dinamica, così come succede a molti insediamenti in terreni acquitrinosi dove è il tipo di ambiente stesso che richiede continui adattamenti, mentre gli insediamenti su terre asciutte sono molto meno mobili.

Un sunto dei ritrovamenti: Glastonbury
Manufatti furono rinvenuti nel Villaggio Lacustre di Glastonbury in quantità eccezionalmente grandi. Bulleid ha lasciato una lunga lista, tumulo per tumulo, di tutti i manufatti ritrovati nel sito, in ogni diverso tumulo e completi di descrizioni.
I reperti indicano che la lavorazione dei metalli era stata intrapresa nell’insediamento, sebbene sembrano implicare che la fusione del ferro non fosse eseguita nel sito mentre al contrario vi erano molte attività di lavorazione. Molti diversi detriti di lavorazione sono stati ritrovati, inclusi fondi di fornace da fabbro che si rivelarono essere insolitamente poco consolidati e facilmente rompibili, da cui la loro denominazione di ‘friabili’, varie altre parti di fornace e di strutture usate per lavorazioni ad alte temperature, frammenti di crogiuoli, ceramiche a fuoco.
Sono stati ritrovati molti oggetti di piombo e stagno nel sito. La lavorazione dei metalli era principalmente accentrata sui tumuli 5, 76 e 75 nella parte nord-ovest del sito. Sul tumulo 62 sembra ci sia stata solo la lavorazione a basse temperature. Sul pavimento del tumulo 5 furono trovate molte prove e resti di lavorazione del metallo, indicando che questa attività era al massimo del suo vigore su questo tumulo nella fase mediana della vita del villaggio,
Sugli altri tumuli furono anche ritrovati attrezzi impiegati nella lavorazione dei metalli come ad esempio i crogiuoli, ma senza altre prove che questa attività fosse svolta in loco, suggerendo che gli attrezzi si trovassero lì solo per essere immagazzinati. Pietre per affilare erano molto diffuse nel sito ed erano usate per rifinire gli oggetti metallici di nuova fabbricazione o per riaffilare quelli già esistenti.
Molte centinaia di oggetti e frammenti di oggetti fatti di osso o corna furono rinvenuti nel villaggio. La maggioranza delle corna è di cervo, mentre solo una piccola quantità è di capriolo. Il corno è molto più solido dell’osso ed era più ampiamente usato nella fabbricazione degli attrezzi, per questo motivo sono stati ritrovati più oggetti di corno che di osso; questo suggerisce anche che la stragrande maggioranza delle corna non provenivano dalla caccia ma dalla muta degli animali. Le ossa erano principalmente di bue, cavallo e pecora; molte ossa presentano segni di macellazione, siccome erano probabilmente parti di scarto, e segni di sega. Dopo essere state segati, molti oggetti erano sagomati e decorati per mezzo di coltelli. Erano trasformati in oggetti per usi molto diversi, come martelli, manici di coltello, pettini per tessitura, spolette di telaio e molti altri attrezzi impiegati nelle attività quotidiane. I pettini per tessitura in particolare, la maggior parte dei quali era fatto di corno piuttosto che di osso, erano finemente decorati e rivelano una grande abilità nella manifattura. Le decorazioni non sono casuali ma precisamente simmetriche, portando ad assumere che gli artigiani possedessero un qualche tipo di strumento di precisione che consentisse loro di incidere i pettini con una tale perfezione. Gli attrezzi in osso e corno erano distribuiti uniformemente sui tumuli del villaggio di Glastonbury, ma solo a Meare c’è un tumulo dove sembra esserci stato un laboratorio di produzione di oggetti in corno. Su questo tumulo a Meare furono rinvenuti molti oggetti non terminati, ancora nel processo di lavorazione ed anche molti attrezzi per la lavorazione del corno. Al contrario, a Glastonbury questo tipo di lavorazione era soltanto intrapreso su scala domestica invece che industriale.
La presenza d un così alto numero di pettini per tessitura molto elaborati è solo uno dei molti elementi indicativi di una manifattura tessile ampiamente diffusa e molto prolifica. Furono anche ritrovati molti altri componenti di telaio, come contrappesi e tondini per fusi.
Corna, osso, vetro, rame e ferro erano anche impiegati per fabbricare oggetti per uso personale e decorativo, come spille, braccialetti, anelli, perline ed anche specchi. In particolare furono rinvenuti spille, anelli e perline di vetro in grandi quantità. Questi oggetti sono più frequenti nelle fasi più inoltrate, mentre erano molto scarsi nella Fase Iniziale, suggerendo che probabilmente gli abitanti avessero cose più urgenti di cui occuparsi e lo sfoggio personale non fosse una cosa pressante a quell’epoca.
Sono stati ritrovati solo scarsi esempi di armi, che consistono in due pugnali, frammenti di un fodero, tre punte di lancia, parecchi frammenti di fionde e di oggetti di protezione personale. “L’impressione è quindi di una popolazione poco coinvolta nei combattimenti e che non deve fronteggiare una significativa minaccia dalle popolazioni all’esterno” (Coles-Minnit 1995).
Malgrado la vicinanza di Meare e le sue attività di produzione del vetro, solo un limitato numero di perline di vetro fu trovato a Glastonbury, tutte di importazione dal momento che a Glastonbury non sono state ritrovate tracce di lavorazione del vetro. Dal confronto con le perline trovate in altri siti, le perline ritrovate a Glastonbury sembravano provenire da Meare e altri ‘oppida’ in Gran Bretagna e nell’Europa continentale e del nord-ovest. Queste perline sono variamente decorate e per lo più datano a partire dal II secolo BCE e più tardi. L’insolita varietà delle perline indica che Glastonbury era un luogo si scambi e commerci.
Nel sito furono ritrovati un totale di 510 pezzi in pietra, gran parte dei quali erano pietre da macina e il resto ciottoli impiegati per usi diversi. La pietra era prontamente disponibile in loco, poichè la maggior fonte per i ciottoli era la riva del fiume Severn e le colline Mendip per le altre pietre. I ciottoli erano più frequentemente usati come levigatori, pietre molari, pietre da macinare, affilatoi, martelli e contrappesi ed erano lavorati nella forma più appropriata prima di destinarli al loro uso. Le pietre più piccole erano chiaramente proiettili di fionda e quelli ritrovati a Glastonbury sono più piccoli dei proiettili ritrovati generalmente in altri siti dell’Età del Ferro.
Sono stati anche ritrovati manufatti di legno, ma non in grandi quantità. Mentre ciò può sembrare strano se si considera che il legno era largamente usato nelle costruzioni e nella fabbricazione di attrezzi, dobbiamo considerare che il legno era la principale fonte di combustibile, così che molti oggetti rotti o dismessi sono sicuramente finiti nel fuoco. La varietà di oggetti ritrovati era correlata ad un uso domestico e lavorativo e consisteva di contenitori, mestoli, cestini, manici, mozzi e raggi di ruote, una scala a pioli e parti di una scialuppa. Questi paiono costruiti con molta cura e la fattura è molto sofisticata; alcuni contenitori sono decorati con decorazioni simili a quelle ritrovate sulle ceramiche. Il legno impiegato era principalmente di quercia e frassino.
Un quantità sostanziale di ceramiche fu rinvenuta negli scavi, ma la maggior parte non è ancora stata studiata nel dettaglio. Alcune delle ciotole sono state identificate come importate dall’Armorica, collocando così Glastonbury come uno dei centri di importazione della Gran Bretagna meridionale. Alcuni altri campioni di ceramiche riportano tracce di pittura; le ceramiche dipinte erano rare in Gran Bretagna nella tarda Età del Ferro ma ben documentate nella’Europa continentale occidentale, indicando anche una possibile provenienza di questi oggetti ritrovati a Glastonbury. Nel sito fu anche ritrovata una piccola quantità di ceramica Romano-Britannica.
Negli scavi furono ritrovati dei resti umani, principalmente teschi adulti con segni di ferite e sepolture neonatali, ma l’interprestazione di ciò è estremamente difficile a causa della mancanza di altri dettagli. Delle ossa umane sono state trovate praticamente dappertutto, all’interno e al di fuori della palizzata, nel legno della fondamenta e sotto le distese di argilla, nella terra e altrove, e nessuna di loro sembra provenire da una tomba. Alcuni resti umani mostrano segni di carbonizzazione. Solo due scheletri adulti sono quasi completi e per gli altri rimangono solo i teschi e poche parti dello scheletro. Molti teschi mostrano segni di ferite inflitte con un oggetto affilato simile ad una spada e alcuni dei teschi sono interi. Sebbene alcuni studiosi abbiano collegato la presenza dei soli teschi alla decapitazione, studi ulteriori hanno dimostrato che non si tratta di questo (Coles-Minnit, 1985, 174). La presenza di teschi a Glastonbury ed in altri siti dell’Età del Ferro (ad. es. Danebury) dimostra chiaramente un interesse particolare nella testa umana. I teschi di alcuni morti erano probabilmente preservati e successivamente riportati nel villaggio, spiegando il ritrovamento dei soli teschi, e questo era con ogni probabilità parte di un rito e di uno schema di credenze più complessi.

La datazione del sito
Sono stati compiuti molti tentativi nella datazione dei due siti di Meare e di Glastonbury. I tentativi più recenti sono basati sulle analisi scientifiche del legno ritrovato nei siti, sulla datazione al radiocarbonio di altri ritrovamenti organici come le ossa o le corna, e sui dati stratigrafici, insieme a metodi più tradizionali come il confronto di manufatti trovati in questi siti con quelli ritrovati in siti contemporanei, e l’assenza o presenza di certi manufatti in un dato periodo. Il risultato di questa ricerca è che il Villaggio Lacustre di Glastonbury sembra essere stato fondato nel 250 BCE circa e sia continuato fino approssimativamente al 50 BCE, anche se le datazioni al radiocarbonio ai tempi delle analisi della fine degli anni 80 non hanno presentato una cronologia coerente con il resto dei dati disponibili.

Evoluzione dell’insediamento
L’insediamento iniziale probabilmente consisteva di quattro unità ciascuna con la sua casa e gettate di argilla adiacenti per le attività all’aperto e per i magazzini o aree di stoccaggio. Delle distese di argilla più isolate possono essere state usate per la pesca o per scopi sociali, ma durante questa fase le attività erano limitate. Gli archeologi stimano che questa Fase Iniziale deve essere durata una generazione sola con una popolazione di circa 50 persone e datata 250-225 BCE (Coles-Minnit, 1995,199). Durante la Fase di Mezzo altre famiglie, forse quattro o cinque, si unirono a quelle già in loco per ragioni di lavoro o riunione con i parenti. Le gettate di argilla e il numero delle case aumentarono di parecchio durante questo periodo; la lavorazione del legno e del ferro fu intrapresa, insieme alla filatura della lana (che si svolgeva nella parte centrale). I numero dei nuclei famigliari era probabilmente di 10 con circa 125 persone che vivevano nell’insediamento. Questa fase durò per circa due generazioni nel periodo 225-175 BCE. La Fase Inoltrata vide ulteriore espansione per circa 100 anni a pasrtire dal 175 BCE. Le famiglie già esistenti dovevano aver aumentato il loro numero ma al villaggio lacustre arrivarono anche nuove famiglie e furono costruite più case. Durante questa fase vi erano 13 case con 57 gettate di argilla (alcune con focolari) adiacenti o separate. Lo steccato, la cui costruzione era cominciata nella Fase di Mezzo, era ora completato. Vi erano sei ingressi al villaggio, di cui uno che conduceva all’argine ad est che era stato totalmente rifatto e trasformato in una strada rialzata sulll’acqua. Alcune entrate devono essere state usate per gettare via i rifiuti e al loro esterno furono ritrovati enormi mucchi di detriti. L’intero villaggio era nel suo periodo più attivo durante la Fase Inoltrata e questo è dimostrato dall’elevato numero di manufatti e strutture ritrovati in tutto il sito. Gli abitanti conducevano una vita molto attiva e ben organizzata, ma il villaggio non sembra essere stato ricco come altri insediamenti della tarda Età del Ferro. Non vie è una casa particolarmente grande da sovrastare le altre ed anche i manufatti, tranne poche eccezioni (alcuni oggetti in bronzo, tra cui vi erano uno specchio e la famosa ciotola di Glastonbury), anche se fabbricati con cura, non sono indicativi di grande opulenza.
Alcune sepolture neonatali furono scoperte dentro o accanto ai pavimenti di argilla ed un teschio solo ad un ingresso, indicando così che “La comune immagine di alti pali con teschi impalati alle vie di ingresso dell’Età del Ferro potrebbero essere veritiere per altri siti, ma non per Glastonbury” (Coles-Minnit, 1995, 203).
Il costante aumento di attività e popolazione della Fase Inoltrata fu seguito da una contrazione crescente e una diminuzione della popolazione durante la Fase Finale. Parti significanti dell’insediamento furono gradualmente abbandonate e persino la strada rialzata potrebbe essere stata abbandonata dopo che il suo ingresso corrispondente fu chiuso. Questa fase deve essere durata solo 30 anni, dal 80 BCE al 50 BCE e non più di 50 persone dovevano aver occupato il sito che divenne sempre più una residenza stagionale piuttosto che permanente. I motivi sembrano essere stati un innalzamento del livello delle acque che peggiorò le condizioni ambientali e rese più dure le condizioni di vita, ma la vera ragione dell’abbandono del sito è ancora soggetto di dibattito. Bulleid ed altri archeologi all’inizio del secolo scorso pensavano che l’abbandono fosse causato dall’allagamento della valle del fiume Brue.Dallo studio del legno ritrovato nel sito, ci sono prove di un evento vulcanico attorno agli anni 44-40 BCE, ma a quest’epoca il villaggio era solo abitato su base stagionale , così che questo poteva solo portare all’inasprirsi di un processo già in corso.

La vita al villaggio
L’ambiente circostante il villaggio era una palude arborea o torbiera cespugliosa, rendendolo più un villaggio palustre che lacustre. Ad ovest vi era un’enorme torbiera rialzata che chiudeva la valle, e est c’era la palude con i cespugli e le canne, mentre l’acqua aperta, una vasta distesa di palude perifluviale alimentata dal fiume Brue, si estendeva a sud. La zona scelta per l’insediamento era probabilmente piccola e circondata da acque poco profonde di un lago di acqua dolce. La posizioni non era svantaggiosa dal momento che le risorse locali erano piuttosto abbondanti, ma le periodiche e pressoché imprevedibili inondazioni condussero alla fine al’abbandono del sito.
Dalla gran quantità di reperti trovati nell’argilla del sito, c’era abbondanza di cereali (grano e orzo) e legumi (piselli e fagioli). Oltre 40 ulteriori piante sono state identificate dalle loro foglie, i loro semi o frutti, delle quali molte edibili (come la pastinaca, le ortiche, il chenopodio, ed una gran varietà di bacche) ma alcune per intrecciare o annodare. Questo pone il problema dello stoccaggio, poiché in un ambiente così umido poteva solo essere fatto su piani di stoccaggio rialzati. Le varie collocazioni quadrate e rettangolari dei pali sembrano fornire una risposta poiché possono rappresentare delle scaffalature o dei contenitori. Su alcuni dei tumuli questo fu provato dal ritrovamento di uno spargimento di legumi nelle vicinanze dei buchi dov’erano conficcati i pali. E’ anche possibile che in condizioni così mutevoli e con un’abbondanza tale di piante e animali selvatici come fonte di cibo, lo stoccaggio a lungo termine non fosse una necessità e che quindi ci fossero solo un numero limitato di posti di stoccaggio in tutto l’insediamento, principalmente per immagazzinare i semi destinati alla coltivazione. Dell’enorme quantità di ossa ritrovate in ogni parte del sito, solo il 2% apparteneva ad animali selvatici. La stragrande maggioranza apparteneva ad animali domestici come pecore, mucche, maiali, cavalli e cani. Le pecore erano predominanti ed erano fatte pascolare sulle alture che circondavano il villaggio. Attorno al villaggio c’erano campi fertili e appezzamenti di terra asciutta dove buoi e cavalli erano impiegati nell’aratura. Si cacciavano gli animali selvatici per le loro pelli, zanne, corna e per la loro carne; tra questi vi era il castoro, la lontra, il cervo, il capriolo, il cinghiale, la volpe, il gatto selvatico, l’ermellino e il riccio. In molte parti del sito furono rinvenuti molti telai di legno che venivano usati per stendere le pelli. Anche le ossa di uccelli furono trovate in gran quantità e appartenevano ad una estesa varietà di specie: anatre, gru, cigni, cormorani, aironi, pellicani, aquile di mare, gufi. Molti di questi uccelli provenivano dalla palude circostante ed erano ricercati per le loro uova e come cibo. Le loro piume erano usate per decorazione. Le lische di pesce non potevano mancare, specialmente persico e trota, ed anche le rane erano una fonte di cibo. Sulla strada rialzata sull’acqua ad est del villaggio sono stati ritrovati un certo numero di pesi di piombo che dovevano essere serviti per tenere le reti o le lenze sott’acqua, facendo pensare che si doveva praticare la pesca sulla strada rialzata e che questa doveva servire anche come piattaforma di pesca per gli abitanti. Non si sa per certo se l’acqua che circondava il villaggio fosse potabile oppure no, ma si pensa che probabilmente lo fosse per la maggior parte dell’anno. Quandio diventava troppo stagnante per poterla bere, si potevano usare le sorgenti sulle alture di Glastonbury (Chalice Well e la fonte dell’Abbazia). In generale, la dieta dell’Età del Ferro a Glastonbury era tutt’altro che noiosa, dal momento che gli antichi abitanti potevano contare su un’ampia varietà di fonti di cibo disponibili localmente e non si sostentavano soltanto di grano e carne ovina. Diedero prova di avere molte capacità e non usarono mai le risorse locali al punti di estinguerle, anche malgrado l’asprezza del loro ambiente dove le fluttuazioni stagionali erano anche causa di cambiamenti nell’approvvigionamento del cibo.
Le attività del villaggio si svilupparono mano a mano che il villaggio si espanse e divenne più grande. Dai resti di attrezzi rinvenuti, queste consistevano nella filatura, tessitura, lavorazione del legno, dell’osso e del corno, lavorazione dei metalli. A parte la lavorazione dei metalli e del legno che richiedevano luoghi appositi, tutte le altre attività sembrano essere state condotte su base domestica. Ceramiche e tondini di fusi furono trovati su quasi tutti i tumuli, mentre pettini da tessitura e contrappesi per telaio solo su alcuni, suggerendo che mentre la filatura era più un’attività domestica, la tessitura era condotta solo su alcuni tumuli.
Non c’erano strade di terra, così il trasporto era interamente fatto via acqua. Molti canali idrici dovevano essere tenuti aperti e sgombri per tutto l’anno e zattere e barche di legno dovevano essere state il mezzo di navigazione preferito.
Su altri aspetti della vita degli antichi abitanti dei villaggi lacustri ci mancano dati approfonditi poiché gli studi sui reperti non sono ancora in corso.


© Glastonbury Antiquarian Society 2009
Fase inoltrata. Disegnato da Jane Brayne


IL VILLAGGIO LACUSTRE DI MEARE
Anche Meare fu scoperto da Bulleid che insieme a Gray condusse i primi scavi. E’ composto da due gruppi di tumuli o montagnole, il Villaggio Est ed il Villaggio Ovest, che erano posti sul bordo di una torbiera rialzata appena fuori dal bordo settentrionale dell’isola di Meare. Per quanto riguarda il tipo di costruzione, i villaggi di Meare sono del tipo dei Crannog (isolette artificiali). Ad est l’ambiente era più umido, ma non tanto come la palude acquitrinosa che circondava Glastonbury. Meare si trovava più vicino alle terre asciutte e probabilmente su un suolo meno paludoso che Glastonbury. A differenza di quest’ultimo, Meare non possedeva una palizzata, forse perché qui non vi era bisogno di fondamenta, quindi nemmeno di un muro di contenimento. La struttura dei tumuli era in tutto e per tutto simile a Glastonbury e le abitazioni erano costruite su pavimenti di argilla sovrapposti con focolari che dovevano essere rinnovati periodicamente e piuttosto spesso. Si cominciò ad adottare i pavimenti di argilla un po’ dopo la prima occupazione, man mano che le condizioni ambientali divennero più umide. Essi erano generalmente di una qualità inferiore rispetto a quelli di Glastonbury, dato che erano impiegati materiali più poveri nella loro costruzione. Solo su alcuni tumuli c’erano resti di vere e proprie capanne e a parte i focolari furono ritrovati molti pochi segni di muri (probabilmente perché le condizioni più asciutte che a Glastonbury non hanno permesso la loro conservazione). In molti pochi posti c’erano i caratteristici segni di buchi per i pali allineati in un cerchio concentrico. Le costruzioni a Meare erano molto più fragili che a Glastonbury e gli archeologi pensano che consistevano principalmente di tende (del tipo di un teepee nordamericano), ma nonostante ciò non si trattava di un sito impoverito. Fiorì per parecchi secoli nela tarda Età del ferro, così come testimonia la quantità sorprendentemente ampia di oggetti manufatti, attrezzi e scarti di cibo rinvenuti.
Bulleid (Bulleid-Gray, 1948,p.9), sostiene che gli abitanti dei villaggi lacustri originariamente venissero dalla Bretagna, prima della terza invasioni Celtica delle tribù dei Belgi, facendoli appartenere alla seconda ondata di invasioni Celtiche. Egli basò le sue conclusioni sulla similarità delle ceramiche ritrovate a Glastonbury con quelle ritrovate nei cimiteri celtici del Finistère.
Dall’analisi dei pollini e di altri resti di piante, e dalla citata abbondanza di oggetti ritrovati, gli archeologi presumono che Meare era probabilmente un insediamento stagionale, opponendosi alla teoria che non fosse null’altro che un viaggetto rurale, ovvero “un insediamento estivo, ricco di cibo e beni materiali, che importa materiali grezzi e li trasforma in oggetti raffinati” (Coles 1986, 174). In particolare è stato dimostrato che il vetro fosse trasformato in perline nel sito stesso, rendendo Meare la prima industria di produzione del vetro ad essere identificata nella Gran Bretagna meridionale. Meare è considerata da alcuni studiosi (Coles 1986, 174) per essere stato “il sito di una fiera commerciale annuale dove genti lontane e vicine, e forse dai tre territori tribali adiacenti dei Dobunni, Durotrigi e Dumnonii si incontravano in territorio neutro per festeggiare e per scambiare le loro merci”.

Manufatti dell’insediamento
La ceramica fu rinvenuta in abbondanza, sia neutra che decorata con un’ampia gamma di motivi decorativi. Sorprendentemente, a Meare furono ritrovati pochi manufatti in legno, dei quali la stragrande maggioranza consisteva di legnami strutturali che erano stati impiegati nelle costruzioni. Il legno tuttavia era lavorato localmente. Resti di cestini e secchi furono ritrovati sia a Glastonbury che a Meare, questi ultimi mostrano che i cestini avevano un intreccio ad onde. Dall’alto numero di attrezzi per la tessitura e la filature rinvenuti, si può assumere che queste attività fossero molto popolari e svolte localmente. Tondini per fusi, contrappesi di telai, pettini da tessitura e simili erano fatti di argilla, pietra, osso o corno. Persino un disco intagliato da un teschio umano era usato come tondino (un disco perforato che serviva da peso all’estremità di un fuso di legno, usato per filare il vello di pecora grezzo in lana) ed anche le ammoniti erano usate per questo scopo. Un tumulo in particolare a Meare restituì un alto numero di questi oggetti suggerendo che su quel tumulo ci fosse un importante centro di tessitura. Dall’enorme quantità di attrezzi per la filatura e la tessitura, si può supporre che la produzione eccedeva di molto i bisogni degli abitanti, e forse il prodotto veniva venduto alle altre tribù. Dal numero di oggetti in osso o in corno non terminati ritrovati nei due villaggi di Meare possiamo concludere che anche questi materiali erano lavorati localmente.
A Meare fu trovata la più straordinaria quantità e varietà di perline di vetro colorate, che si sono ritrovate soltanto raramente in altri siti contemporanei. Finora non è stato possibile determinare esattamente il luogo di produzione, ma sono stati ritrovati molti stampi per perline. Il vetro grezzo doveva anche essere stato prodotto in loco, siccome non è stata identificata una fonte diversa. In tutto furono ritrovate 295 per le di vetro, 80% delle quali prodotte in loco (e il resto probabilmente arrivato tramite il commercio, come le perle d’ambra). La maggior parte di esse erano perline gialle anulari, larghe 4 mm. Oppure vetro incolore intarsiato di spirali gialle o motivi a zig-zag o intrecciati. Questi ultimi, più elaborati, erano fabbricati per mezzo di stampi e la precisione con cui erano fatti (specialmente i motivi a spirale) denotano una notevole livello di abilità da parte dell’artigiano. Furono ritrovate due collane, una di 45 perline e l’altra di 17. Le perline furono rinvenute su tutto il sito ma anche altrove nel raggio di 100 km ed alcune di esse sono state anche rintracciate fino in Scozia o in Cornovaglia.
Altri oggetti usati come ornamenti personali che furono ritrovati sono degli anelli, delle spille e dei bracciali. Gli anelli erano fatti di bronzo o di ferro, solitamente a forma di spirale. I bracciali erano fatti di bronzo o scisto (una tenera pietra grigia che era lavorata e poi levigata fino a renderla lucidissima). Purtroppo non sono stati ritrovati tessuti così non possiamo farci un’immagine esatta degli abiti che indossavano. Anche il cuoio, che doveva essere ragionevolmente impiegato per fare borse o indumenti, non ha lasciato tracce. Possiamo assumere che gli abitanti indossassero pellicce per mantenersi caldi dato il numero di ossa ritrovate di animali da pelliccia, come il castoro, la lontra, la donnola e il gatto selvatico.
Un certo numero di dadi da gioco fatti di osso o corno furono ritrovati nei villaggi, suggerendo che gli antichi abitanti erano appassionati del gioco, sebbene non possiamo sapere con certezza in che cosa questi giochi consistessero e su come venissero usati possiamo soltanto speculare.
La datazione dell’insediamento di Meare è incerta. Bulleid e Gray collocarono la fondazione intorno al 250 BCE, sebbene dei test al radiocarbonio più recenti hanno suggerito un’occupazione già dal terzo secolo BCE, e la sua vita durò fino al periodo romano inoltrato.

Conclusioni
Nonostante le apparenze, i due siti di Meare e Glastonbury non erano affatto isolati. Nella zona vi era un certo numero di fortezze collinari abitate, piccole e grandi come South Cadbury, senza contare gli abitanti delle caverne di Wookey Hole e alcune isolette sui Somerset Levels, alcune come Brent Knoll lambite dal mare. E’ facile dunque che vi siano stati scambi e festeggiamenti comuni e una ferma organizzazione per mantenere le relazioni con le tribù confinanti.
Cosa colpisce, invece, è l’ambivalenza di un sito come Glastonbury. Da un lato può essere considerato un normale insediamento per via della normalità delle sue case, focolari, resti di cibo e di vita quotidiana. Ma può anche essere considerato come un sito ‘anormale’ per via degli oggetti, seppur pochi, rari e di grande valore che vi sono stati trovati e che non sono normali in siti equivalenti; inoltre i depositi di grano ed ossa animali fanno pensare ad offerte rituali lasciate deliberatamente sul sito. Anche i teschi di umani adulti farebbero parte di tali riti. Può essere che Glastonbury abbia combinato i due aspetti, mondani ed ultramondani: un luogo dove si viveva normalmente ma con riferimenti velati di natura religiosa e rituale.
Concludiamo con una bella immagine che ricostruisce l’antica Glastonbury almeno per la nostra immaginazione:
“Il villaggio lacustre di Glastonbury non era un insediamento nascosto, infilato nella palude e volutamente sconosciuto. Lo si scorgeva da tutte le direzioni, le alture a sud e ad est, la torbiera convessa ad ovest e le isole basse e la penisola a nord. Il villaggio era visibile di giorno, con lo steccato, i tetti delle case e il fumo che rivelavano la sua presenza. Di notte, i bagliori dei suoi molti fuochi all’aperto potevano illuminare la sua esistenza ed esaltare in modo spettacolare la sua grandezza alla gente che si avvicinava, scivolando o remando attraverso le calme acque. Forse la posizione dell’insediamento era designata per attrarre e conquistare coloro che vi erano invitati, in speciali occasioni, a condividere i suoi sapori insoliti e a prendere parte in attività non interamente domestiche o puramente economiche. Forse i visitatori erano richiamati dal fumo – precursore della pratica delle segnalazioni di fumo dai fortini e dalle cime delle colline nell’era storica. All’arrivo, le attività cerimoniali, incentrate nella struttura sul tumulo M9 (un santuario?), potevano cominciare, coinvolgendo il suo tavolo decorato, la messa in mostra e la dismissione successiva di oggetti preziosi di bronzo, stagno, piombo, vetro e legno, i lingotti preziosi e i teschi umani. I molti cerchi impressi sul tavolo potevano rappresentare dei teschi? Durante la riunione dei popoli, la varietà ampia e insolita di cibo delle terre umide poteva essere offerta, i fuochi accesi, e le negoziazioni, le cerimonie e gli schieramenti completati. Questo potrebbe essere visto come uno sviluppo logico delle attività specializzate e stagionali cominciate a Meare da sei ad otto generazioni prima”. (Coles-Minnit, 1995, 209)



Note: Articolo redatto da Abigail per il Gruppo Studio "Il Meleto"

Bibliografia

- Bulleid, Arthur. (1924) The lake-villages of Somerset. Milton Keynes.

-Bulleid, A. – Gray, H. St.George (1948) The Meare Lake Village Volume I

- Coles, B. and J. (1986) Sweet track to Glastonbury. The Somerset Levels in Prehistory. London, Thames & Hudson

- Coles, John – Minnit, Stephen (1995) ‘Industrious and fairly civilized’ The Glastonbury Lake Village. Taunton, Somerset Levels Project and Somerset County Council Museums Service

- Cunliffe, B. (1975 and 2009). Iron Age Communities in Britain. London, Routledge & Kegan Paul Ltd.

- Gray, H. St.George – Bulleid, A. (1953) The Meare Lake Village Volume II

- Gray, H. St.George – Cotton, M.A. (1966) The Meare Lake Village Volume III

- Minnit, Stephen – Coles, John (2006) The Lake Villages of Somerset. Somerset, Glastonbury Antiquarian Society, Somerset Levels Project, Somerset County Council Heritage Service

Nota: si è scelto di usare le notazioni di tempo BCE per indicare ‘prima dell’era volgare’ e CE per indicare ‘dell’era volgare’.
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