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Ynis Afallach Tuath

LA CANTINA STREGATA
Venerdì, 22 Febbraio 2008 - 22:13 - 2210 Letture
Sidhe Vi sono pochi che non abbiano mai sentito nominare i MacCarthy, una delle famiglie irlandesi veramente antiche, nelle cui vene scorre autentico sangue malesio, denso come panna. Molti erano al sud i clan di questa famiglia, come i MacCarthy-more e i MacCarthy-reagh e i MacCarthy di Muskerry, e tutti erano rinomati per la loro ospitalità, semplice e premurosa, verso gli stranieri.

Ma nessuno di quel nome, anzi nessuno in assoluto, superava Justin MacCarthy di Ballinacarthy nell'abbondanza di cibo e bevande sulla sua tavola; e si dava sempre un gran benvenuto a chiunque volesse dividerla con lui. Parecchie cantine di vini si vergognerebbero di quel nome se quella di Ballinacarthy dovesse rappresentare un modello. Grande com'era, piena di bottiglie di vino e lunghe file di rastrelliere, di barilotti e di damigiane che avrebbero richiesto più tempo per essere contati di quanto un uomo sobrio avesse a sua disposizione in un luogo del genere, circondato da tanto vino da bere e calorosamente accolto per farlo.
Non c'è dubbio che molti penseranno che il maggiordomo non avesse granchè da lamentarsi in una simile casa, e l'intera contea sarebbe stata d'accordo con questi, se si fosse potuta trovare una persona che fosse rimasta al servizio di Mr. MacCarthy per un ragionevole lasso di tempo; tuttavia nessuno di coloro che erano stati al suo servizio avevano nulla da dire a suo riguardo.
<<Non abbiamo nulla da rimproverare al padrone>>, dicevano, <<e se si riuscisse a trovare qualcuno che andasse a prendere il suo vino dalla cantina, ciascuno di noi sarebbe disposto ad invecchiare in quella casa e vi rimarrebbe sereno e tranquillo fino alla fine dei suoi giorni>>.
<<Certo è proprio una cosa strana>>, pensava Jack Leary, un giovanotto che era stato allevato fin da bambino nelle scuderie di Ballinacarthy come aiutante dello stalliere e aveva avuto occasione, di quando in quando, di dare una mano in dispensa al maggiordomo. <<è proprio una cosa assai strana che, uno dopo l'altro, nessuno riesca a trovarsi bene nel miglior impiego a casa di un ottimo padrone, ma che tutti se ne vadano a causa, essi dicono, della cantina dei vini. Se il padrone, lunga vita a lui, mi prendesse come suo maggiordomo, giuro che non si udirà più una parola di scontento quando egli ordina di recarsi in cantina>>.
Il giovane Leary, di conseguenza, attendeva il momento opportuno per quella che egli giudicava un'occasione favorevole per farsi notare dal padrone.
Alcuni giorni dopo Mr. McCarthy si recò alle scuderie più presto del solito e chiamò a gran voce il palafreniere perchè gli sellasse il cavallo, poichè intendeva uscire coi cani da caccia. Ma nessun palafreniere rispose e il giovane Jack Leary condusse Rainbow fuori dalla scuderia.
<<Dov'è William?>> chiese Mr. MacCarthy.
<<Signore?>> disse Jack, e Mr MacCarthy ripetè la domanda.
<<è William che volete Vostro Onore?>> rispose Jack. <<Bè, a dire la verità ne ha bevuto un goccio di troppo la notte scorsa>>.
<<E dove l'ha preso?>> disse Mr. MacCarthy, <<perchè dal momento che Thomas se ne è andato, le chiavi della cantina sono rimaste nella mia tasca e sono stato costretto a procurarmi da me stesso il vino necessario>>.
<<Purtroppo non lo so>>, disse Leary, <>, continuò egli pronunciandosi in un ampio inchino, afferrando con la destra una ciocca di capelli, e tirandosi in basso così la testa, mentre la gamba sinistra, che aveva messo in avanti, veniva spinta all'indietro, strisciando contro il terreno, <<posso osare di porre a Vostro Onore solo una domanda?>>
<<Parla apertamente Jack>>, disse Mr. MacCarthy.
<<Dunque, Vostro Onore desidera un maggiordomo?>>
<<Puoi propormene uno?>> rispose il padrone con un sorriso di allegria, <<e che non abbia timore di recarsi nella mia cantina?>>
<<Si tratta soltanto della cantina? Allora non ho proprio alcun dubbio in proposito>>, disse il giovane Leary.
<<Così pensi di offrirmi i tuoi servigi come maggiordomo?>> disse Mr. MacCarthy non senza sorpresa.
<<Proprio così>>, rispose il giovane Leary, sollevando ora per la prima volta gli occhi da terra.
<<Bè, credo prpoprio che tu sia un bravo ragazzo e non ho nulla in contrario a metterti alla prova>>.
<<Che Vostro Onore rimanga a lungo tra noi e che il Signore vi dia lunga vita!>> proruppe Leary con un altro pomposo inchino, mentre il padrone trotterellava via, e continuò ad osservarlo per un certo tempo con uno sguardo vuoto, che lentamente e gradualmente assunse un che d'importanza.
<<Jack Leary>>, diss'egli infine, <<Jack, Jack?>>, è con tono meravigliato, <<in fede mia non è Jack ora, ma John il maggiordomo>>, e con aria di appropriata importanza uscì dalle scuderie diretto alle cucine.
Non è molto importante per la mia storia, benchè possa costituire una lezione istruttiva per il lettore, dipingere l'improvvisa trasformazione di un nessuno in un qualcuno. Il precedente compagno di scuderia di Jack, un povero cane da caccia carico di anni di nome Bran, che era avvezzo a ricevere da lui degli affettuosi buffetti sulla testa, fu allontanato con un calcio e con un <<fuori dai piedi messere>>. E infatti la memoria del povero Jack risultò tristemente accorciata dal suo rapido cambiamento di condizione. Ciò che cancellò ogni dubbio in proposito fu il suo quasi dimenticare il grazioso viso di Peggy, la sguattera, il cui cuore egli aveva tentato appena la settimana precedente con l'offerta di acquistare un anello d'oro per il quarto dito della sua mano destra e stampandole un goloso bacio sulle labbra.
Quando Mr. MacCarthy tornò dalla caccia, mandò a chiamare Jack Leary -poichè così continuava a chiamare il suo nuovo maggiordomo. <<Jack>>, disse, <<sono convinto che tu sia un giovanotto fidato ed eccoti le chiavi della mia cantina. Ho invitato a cena i gentiluomini con i quali sono andato a caccia, e spero che essi rimarranno soddisfatti del modo in cui li servirai a tavola, ma soprattutto fa' in modo che non manchi il vino dopo cena>>.
Mr. John, che aveva un'intelligenza abbastanza pronta per certe cose e che era per natura un giovanotto di grande abilità, stese la tovaglia come si conveniva, sistemò i piatti, coltelli e forchette nel modo in cui aveva visto fare ai suoi predecessori in questi misteri e veramente, per essere la prima volta, se la cavò molto bene nell'attendere al desinare.
Tuttavia non bisogna dimenticare che quella era la casa di uno squire irlandese, che tratteneva una compagnia di cacciatori in stivali e speroni, i quali non erano molto delicati a proposito di quelle che sono considerate questioni di enorme importanza in altre circostanze e in altra società.
Per esempio, pochi degli ospiti di Mr. MacCarthy, benchè persone eccellenti e di valore a modo loro, si preoccupavano molto del fatto che il punch offerto dopo cena fosse a base di rum giamaicano o di Antigua; alcuni addirittura non si preoccupavano nemmeno di discutere la correttezza del buon vecchio whiskey irlandese, e, ad eccezione del loro generoso ospite, tutti preferirono il Porto che Mr. MacCarthy mise in tavola al gusto meno ardente del chiaretto, una scelta abbastanza diversa di quella in voga al giorno d'oggi.
Si avvicinava la mezzanotte quando Mr. MacCarthy suonò tre volte il campanello. Questo era il segnale che c'era bisogno di altro vino, e Jack si avviò verso la cantina per procurarsene una nuova scorta ma, bisogna confessare, non senza un po' di esitazione.
Il ghiaccio era allora un lusso sconosciuto nel sud dell'Irlanda, ma la superiorità del vino fresco era stata riconosciuta da tutte le persone di sicuro giudizio e di buon gusto. Il nonno di Mr. MacCarthy, che aveva costruito il maniero di Ballinacarthy nel sito di un vecchio castello appartenuto ai suoi antenati, era perfettamente conscio di questo importante fatto, e nel costruire la sua magnifica cantina di vini si era avvalso di un'alta volta scavata nella viva roccia in tempi lontani come nascondiglio e rifugio.Si accedeva a questa camera a volta per mezzo di una ripida rampa di scale di pietra, e qua e là nella parete si aprivano degli stretti passaggi -o dovrei chiamarli crepe- e anche certe sporgenze che proiettavano ombre profonde e avevano un aspetto assai spaventoso, quando si scendevano le scale con un'unica luce in mano. A dire il vero due luci non miglioravano molto la situazione perchè, benchè le ombre diminuissero, le anguste crepe rimaneva più scure che mai.
Raccogliendo tutto il suo coraggio, il nuovo maggiordomo scese giù, reggendo con la destra una lanterna e le chiavi della cantina e con la sinistra un cesto che, a suo giudizio, riteneva sufficiente a contenere una provvista atta a soddisfare le esigenze del resto della serata: giunse alla porta senza interruzioni di alcun genere, ma come vi infilò la chiave, che era di un tipo antiquato e ferraginoso -poichè erano lontani i tempi del brevetto di Bramah- e la girò nella toppa, gli parve di udire una strana risata proveniente dalla cantina, alla quale alcune bottiglie vuote, che rano posate in terra fuori della porta, vibrarono in modo talmente violento da urtare le une contro le altre. In questo non poteva sbagliarsi, benchè potesse avere qualche dubbio riguardo la risata, dal momento che le bottiglie stavano ai suoi piedi e le aveva viste muoversi. Leary ristette per un momento e si guardò intorno con grande cautela. Poi prese coraggiosamente la chiave e la girò con forza nella toppa, come se dubitasse di poterlo fare, e la porta si spalancò con un rumore tremendo che, se la casa non fosse stata costruita sulla solida roccia, l'avrebbe scossa dalle fondamenta.
Narrare ciò che il poveretto vide sarebbe impossibile, poichè nemmeno lui stesso lo sa con certezza; ma ciò che disse alla cuoca il mattino seguente fu che udì un ruggito e un mugghio come di toro impazzito e che tutte le rastrelliere e i barilotti e le damigiane della cantina rotolavano avanti e indietro con tale violenza da fargli pensare che si sarebbero sfondate tutte e che gli sarebbe toccato di affogare nel vino.
Appena Leary si fu ripreso, ripercorse come potè la strada fino alla camera da pranzo, dove trovò il padrone e la compagnia che lo aspettavano con grande impazienza.
<<Che cosa ti ha trattenuto?>> disse Mr. MacCarthy in tono arrabbiato, <<e dov'è il vino? è passata più di mezz'ora da quando ho suonato per averlo>>.
<<Il vino è in cantina signore, almeno spero>>, disse Jack tremando verga a verga, <<spero che non sia andato tutto perduto>>.
<<Che vuoi dire stupido?>> esclamò Mr. MacCarthy con tono ancora più adirato. <<Perchè non ne hai portato un po' con te?>>
Jack si guardò attorno vacuamente e riuscì ad emettere solo un profondo rantolo.
<<Gentiluomini>>, disse Mr. MacCarthy ai suoi ospiti, <<questo è troppo. La prossima volta che vi avrò a cena spero che avvenga in un'altra casa, poichè è impossibile che io rimanga in questa più a lungo, dove un uomo non può disporre della propria cantina di vini e non riesce ad ottenere che un maggiordomo faccia il suo dovere. Sto pensando da tempo di trasferirmi da Ballinacarthy e, questo punto, sono deciso, a Dio piacendo, a partire domani. Ma avrete del vino, dovessi andare io stesso in cantina a procurarmelo>>. Così dicendo si alzò da tavola, prese la chiave e la lanterna dalle mani del servitore mezzo istupidito, che lo osservava con aria inebetita, e scese le anguste scale, già descritte, che conducevano alla sua cantina.
Quando giunse alla porta, che trovò aperta, gli parve di udire un rumore come di ratti o topi che scorazzavano sopra le botti, e nel farsi avanti intravide una figuretta, alta circa sei pollici, seduta a cavalcioni del barile del più vecchio Porto di tutta la cantina e con uno spinotto appoggiato sulla spalla. Sollevando la lanterna Mr. MacCarthy osservò il piccoletto pieno di stupore: egli indossava un berretto da notte rosso, davanti aveva un corto grembiule di cuoio che ora, per la sua posizione, gli pendeva un po' da un lato. Le calze erano di un azzurro chiaro, tanto lunghe da coprire quasi tutte le gambe, le scarpe erano ornate da fibbie d'argento e il tacco era alto (forse per la vanità di apparire più alto). Il suo volto sembrava una sbiadita mela d'inverno e il naso, di un bel rosso cremisi, aveva sulla punta una delicata patina color porpora, come quella di una prugna. I suoi occhi brillavano <<come quei frammenti/di candida brina nelle notti di luna...>> e la sua bocca era contratta da un lato in un ghigno malizioso.
<<Ah, canaglia!>> esclamò Mr. MacCarthy, <<ti ho scoperto alla fin fine! Disturbatore della mia cantina -che ci fai qui?>>
<<Certo padrone>>, rispose il piccoletto alzando un occhio verso di lui e gettando una rapida occhiata con l'altro allo spinotto che aveva in spalla, <<non trasclochiamo domani? E certo non vorrai abbandonare il tuo piccolo Cluricaune Naggeneen?>>
<<Oh!>> pensò Mr. MacCarthy, <<se hai intenzione di seguirmi, mastro Naggeneen, non vedo che vantaggio ci sia ad abbandonare Ballinacarthy>>. Così, dopo aver riempito di bottiglie di vino il cesto che, nella fretta, il giovane Leary aveva lasciato dietro a sè, e dopo aver chiuso a chiave la porta della cantina, raggiunse i suoi ospiti.
In seguito, per alcuni anni, Mr. MacCarthy dovette sempre andare a provvedersi di persona del vino da tavola, poichè il piccolo Cluricaune Naggeneen sembrava provare un certo rispetto per la sua persona. Nonostante la fatica di queste spedizioni, il nobile signore di Ballinacarthy visse nella sua dimora avita fino a tarda età e rimase famoso fino all'ultimo per l'eccellenza del suo vino e l'allegria conviviale della sua compagnia; ma all'epoca della sua morte, quella stessa convivialità gli aveva quasi svuotato la cantina, e poichè non fu mai altrettanto ben rifornita nè altrettanto spesso visitata, le ribalderie di mastro Naggeneen divennero meno famose e ora sono ricordate soltanto come parte del patrimonio di leggende del paese. Si narra perfino che il povero esserino prese tanto a cuore la decadenza della cantina, da trascurare perfino se stesso e che qualche volta lo si sia visto gironzolare coperto a malapena da qualche skreed (straccio).

Tratto da Racconti di fate e tradizioni irlandesi di Thomas Crofton Croker
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