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Ynis Afallach Tuath

XII LA COLLINA DEI BARDI
Sabato, 26 Settembre 2009 - 08:42 - 2942 Letture
Lunologia Am brí dánae
(Luna Piena tra il 2 settembre e il 30 settembre)

Benvenuta, Luna della Collina dei Bardi!
Gli uccelli volano a sud verso le terre in cui svernare
e i bardi si recano alle assemblee.
E’ tempo di condividere con gli altri
ciò che abbiamo vissuto e appreso.


Siamo a cavallo tra il mese di Edrinios e quello di Cantlos. Il significato del termine cantlos , con la variante gantlos (così come per il mese cutios/gutios), probabilmente è simile a quello dell’irlandese arcaico cétal, “canto, recitazione”, dl gallese cathl, “canto, poema, inno”, del bretone quentel, “canto liturgico”, tutti contenenti la radice indoeuropea kan-, “cantare”. Per tali ragioni questo mese viene tradotto come “mese dei canti”.
Nel ciclo lunare di Kondratiev, questa è la Luna della Collina dei Bardi, associata, nel canto di Amairgen, al verso che recita “Sono una collina di persone capaci”. Nell’antica società irlandese gli aes dána o “gente abile” erano tutti coloro che seguivano un percorso creativo, specialmente quelli che frequentavano scuole bardiche e imparavano ad applicare le proprie capacità al servizio di una tradizione. La tradizione veniva arricchita e fatta progredire attraverso la condivisione reciproca che i bardi facevano delle proprie opere, comparando idee e tecniche ed apprendendo ad emulare gli autori più esperti. A questo scopo tenevano assemblee regolari (come in Gallia la Eisteddfodau), dove i nuovi lavori venivano recitati pubblicamente e quindi lodati o criticati dai maestri riconosciuti nel campo.

Solitamente queste riunioni si tenevano nella stagione invernale: cosa appropriata, dato che le energie collegate a giamos ed utilizzate per mietere, distribuire e conservare il raccolto sono simili a quelle necessarie per rendere pubblica un’opera d’arte completata. Per tali ragioni molti pensano che il nome “mese dei canti” sia proprio un’allusione a questa usanza. Così, dopo il nostro soggiorno nello stagno della contemplazione, dobbiamo salire sulla collina dello scambio pubblico per porre la nostra opera di fronte allo scrutinio generale della Tribù. Non a caso questo periodo è associato alla Collina del Calice, Chalice Hill o Modron’s Mound: è proprio questa la collina che ci dona l’ispirazione necessaria a comporre e recitare i nostri canti, che simbolicamente rappresentano il risultato del nostro annuale lavoro.
Come tutte le creature viventi del nostro ambiente si stanno preparando al trionfo imminente di giamos mettendo da parte il cibo, migrando verso regioni più calde o assicurandosi provviste resistenti all’inverno, la Tribù umana li imita non soltanto attraverso la conservazione fisica dei raccolti, ma anche a livello spirituale, mettendo insieme i risultati delle attività dei proprio membri creativi e quindi conservando cibo per l’anima. Ovviamente esistono molti tipi diversi di attività creative in una comunità umana e molti modi differenti in cui condividere i loro risultati – non necessariamente attraverso una presentazione formale. Ma se nel gruppo spirituale ci sono persone che hanno scelto di seguire la scrittura o le arti, sarebbe certamente una buona idea quella di tenere un’assemblea in questa stagione per condividere e discutere le nuove opere.
E’ spesso sotto questa lunazione che cade Mabon, l’equinozio d’autunno, momento di equilibrio perfetto tra Luce ed Ombra, Maschile e Femminile. Celebriamo il Secondo Grande Raccolto, quello più abbondante e succoso: la vendemmia e la raccolta della frutta più carnosa. Per tali ragioni questa luna è chiamata con i nomi di Luna del Vino, Luna della Vendemmia e Luna della Raccolta. E' un buon tempo per fare conserve di ogni tipo, per rilassarsi e riflettere sulla continuità della vita, garantita proprio dalla sua ciclicità, e per ringraziare ed onorare la Madre per ciò che ci ha donato. Abbiamo sotto gli occhi il risultato di quanto abbiamo seminato, sia a livello fisico che spirituale, e possiamo finalmente goderne e fare un bilancio. Fare un bilancio significa valutare il nostro lavoro, ma anche bilanciare, ovvero portare equilibrio nella propria vita. Onoriamo l’equilibrio che regna nella natura, la sua armonia e la sua bellezza, e in questo modo ci prepariamo ad entrare in sintonia con il segno della Bilancia, la cui energia avvolge la terra a partire dal 23 di settembre, giorno di ingresso del sole nel segno, e giorno di equinozio.
Il costante messaggio degli Equinozi è che il tempo dell’equilibrio marca l’inizio della Trasformazione. La prossima trasformazione invernale consiste in un viaggio nel sé profondo, in una nuova Discesa. Anche la Dea attraversa una fase di trasformazione, iniziando con Mabon a manifestare la sua saggezza finale, che solo a Samhain, col completarsi del ciclo della Ruota dell’Anno, raggiungerà la piena maturazione: allora Rhiannon si trasformerà in Ceridwen, la triplice e complessa Crona che in sé contiene le forme precedenti.
Il periodo di Mabon coincide con il periodo in cui nella Grecia antica venivano celebrati i Misteri Eleusini, strettamente connessi con il Ciclo della Trasformazione del Grano e con le dee Demetra e Persefone.
Questi culti stagionali di fecondità si basano su un antichissimo racconto "mitico" da cui sono nate tantissime versioni, alcune delle quali già analizzate negli articoli della Lunazione del Falco e della Lunazione dei Fiori, e che si ripropongono nei due periodi di trasformazione delle energie dell’anno, da giamos a samos e viceversa. E’ proprio il caso della vicenda di Persefone, divisa fra la madre ed il marito. Il grano è mietuto, i frutti raccolti, e il sole è in declino. La Dea si appresta ad unirsi nuovamente al suo compagno Oscuro, mentre noi tiriamo le somme dell’anno appena trascorso, e ci prepariamo ad affrontare il prossimo.


Bilancia: influssi e mitologia

La Bilancia è un segno maschile, d’aria, cardinale e governato da Venere. Il nome deriva dal latino libra, “misura”, e il glifo ricorda il geroglifico egiziano che rappresenta l’Equilibrio; la linea superiore è curva verso il basso ed è simbolo dell’elevazione dello spirito, quella inferiore, dritta, rappresenta il contatto con la materia. Con la forza dell'equilibrio la Bilancia può mantenere in piedi qualsiasi situazione e può sorreggere qualsiasi impatto. Questo avviene per il tramite della forza di conciliazione che si trova alla base del significato profondo del segno. Essa corrisponde infatti alla settima casa dello zodiaco che si riferisce all'unione, alle associazioni.
Nel segno, che è l’emblema stesso dell’equilibrio, della giustizia e della misura, le energie vitali non si proiettano all’esterno, nell’azione o nell’adesione immediata agli impulsi interiori, piuttosto si ritirano verso l’interno. Il segno manifesta dunque il bisogno di ritirarsi tipico di questo periodo, che investe la Natura, gli animali e noi uomini.
La Bilancia nella mitologia di ogni tempo è un'estensione della Giustizia Divina perché serve a soppesare gli atti. La più famosa bilancia del mondo antico è quella che compare nelle pareti delle piramidi che secondo la religione egizia veniva adoperata dagli dèi degli inferi durante il rito della Psicostasia. Il defunto, appena sceso nella Duat (il Regno dei Morti), veniva portato di fronte ad Anubi e lì sottoposto alla pesatura del proprio cuore che doveva risultare più leggero della piuma di Maat (“giustizia”). Il verdetto veniva registrato da Thot, lo scriba degli dèi: se il cuore era pesante, perché ancora ingombro da pensieri malvagi e cattivi ricordi, il defunto veniva sottoposto ad una seconda morte, cioè maciullato dai denti di Ammit, il mostro divoratore dalla testa di coccodrillo, il corpo di leone ed il posteriore di ippopotamo. Ma già i Babilonesi conoscevano questa figura e la chiamavano Zi-Ba.An.Na, "bilancia del cielo". In Tibet i piatti della bilancia sono destinati a pesare le azioni buone e malvagie degli uomini, e contengono sassi bianchi e neri. Nell'iconografia cristiana la bilancia è tenuta da San Michele, l'arcangelo del Giudizio, e la Bilancia del Giudizio è evocata anche dal Corano. Nella Cabala si dice che prima della creazione “la bilancia si trovava nel più antico dei giorni”. Nell'Iliade Zeus si serve di bilance d'oro per pesare il destino degli uomini: essa era quindi per gli antichi greci uno dei simboli del destino.
L’astrologia antica ci ha fornito una rappresentazione di questo segno: una donna con gli occhi bendati che in una mano tiene una bilancia e nell’altra una spada, che rappresentano rispettivamente la Giustizia e la Verità. E’ la stessa iconografia della carta della Giustizia dei Tarocchi.
La mitologia spiega che questa donna è la Dea della Giustizia, figlia del Cielo (Urano) e della Terra (Gea): Temi. La costellazione della bilancia (anticamente parte integrante dello Scorpione), nella mitologia greca rappresenta per l’appunto la bilancia usata da Astrea (la Vergine), figlia della dea Temi. La giustizia era dunque una dea chiamata Astrea o Dike quando rappresentava la giustizia umana, e chiamata Temi quando indicava la giustizia divina. Ma Temi era una entità più antica e diversa da una dea classica, poiché apparteneva alla stirpe dei Titani. Il suo nome significa “irremovibile”, e quindi va considerata più come un’astrazione che come una dea: essa è l’Ordine Cosmico. Era in realtà un concetto filosofico sacro ed il suo nome veniva invocato nei giuramenti. Il mito racconta che Temi era stata sposa di Zeus, prima di Era. Era la personificazione della regola naturale e sociale: era quindi necessaria a Zeus, re degli déi, per potere ordinare il mondo che emergeva dallo stato caotico rappresentato dalla lotta tra Déi Olimpici e Titani. L’ideale di Giustizia di cui Temi è emblema era collegato con il Destino, il Tempo e la Morte. Dall’unione di Temi con Zeus nacquero infatti le Ore (da cui la divisione del tempo), le Parche (dee del Destino, rappresentate dalle tre anziane filatrici, che filavano, avvolgevano e recidevano il filo della vita) e Astrea. Quest’ultima era una fanciulla divina con il complicato compito di diffondere la virtù tra gli uomini e che, ignorata ed offesa da questi, si rifugiò in cielo sdegnata, nella costellazione della Vergine: lo Scorpione occupava una parte di cielo così vasta che alla fine le sue pinze divennero un segno a sé stante, la Vergine, per l’appunto. Lo stesso Virgilio immagina nelle Georgiche che lo Scorpione si ritiri per lasciare posto al nuovo segno, sotto il quale, secondo gli astrologi romani, avvenne la fondazione di Roma. Così la bilancia, come l'uomo, ha due inclinazioni, simboleggiate dai due piatti disposti simmetricamente: uno inclinato verso lo Scorpione (il mondo dei desideri) e l'altro verso il segno della Vergine (sublimazione).
Un altro aspetto interessante è il fatto che la bilancia, così come la croce e la spada, si ricolleghi al simbolismo del numero Sette. Essa infatti occupate la settima posizione nella sfera dello Zodiaco. Il Sette è un numero sacro in moltissime culture e si ritrova in ogni dove: i sette giorni della settimana, i sette pianeti nell’antico sistema solare, i sette re di Roma e i sette colli, i sette chakra, i sette sigilli, le sette virtù, i sette colori dell’arcobaleno… Nella numerologia esso esprime il riposo, un periodo di stasi prima di iniziare un nuovo ciclo. E’ il punto di incontro tra la fine di un'opera ed il principio di un'altra. Sta ad esprimere la riflessione e la maturazione dei nuovi propositi, ma anche la pausa che ci si concede prima di riprendere il cammino.


Il Calendario Arboreo Celtico: la Vite

Nel calendario arboreo celtico, la vite (M, muin) è la pianta associata a periodi che vanno dalla fine di agosto all’inizio di novembre. Non è difficile capire il motivo: questo è il momento in cui l’uva matura viene raccolta in quello che per i contadini è un vero e proprio rituale autunnale: la vendemmia.
Il termine muin può essere tradotto anche come “insegnamento, istruzione”, intendendo con questo la facilitazione ad acquisirli dopo aver assunto la bevanda ottenuta dalla vite. Il vino consumato in modo rituale portava il poeta a raggiungere un’ispirazione priva di inibizioni, in grado di liberare il potenziale intuitivo e istintivo umano. Secondo i Celti era possibile utilizzare il vino in modo rituale solo prima della festa di Samhain, perché dopo tale data il suo consumo per questo scopo era interdetto dai geassa. Questa lunazione era quindi il tempo perfetto per cibarsi di questa bevanda, specie per i bardi e i druidi durante le festività come la Eisteddfodau.

La parola Muin sembra indicare anche e soprattutto il rovo produttore di more, poiché la vite non è certo originaria dei paesi celtici per eccellenza, ed un suo acclimatamento a nord non ha prodotto in genere risultati apprezzabili. Le more danno un vino inebriante, il cui consumo sembra essere stato soggetto a divieti precisi e rigidi, poiché i celti consideravano la pianta un vegetale particolarmente gradito alle fate, alquanto gelose di esso, particolarmente nel periodo degli ultimi giorni di settembre.
La vite è in realtà originaria del bacino del mediterraneo, in una vasta zona compresa fra Europa, Africa del nord e Asia. La sua utilizzazione in Europa viene fatta risalire nel 600 a.C., grazie al popolo dei Fenici. La sua coltivazione fu poi diffusa nelle regioni settentrionali dell'Italia probabilmente a opera degli Etruschi, come testimoniano le raffigurazioni di viti nelle loro tombe. Anche gli antichi egizi coltivavano la vite (a Tebe l'affresco trovato all'interno di una tomba ne riproduce in dettaglio tutta la procedura di vinificazione). Ma furono i Romani a diffondere la coltura della vite tra tutte le popolazioni conquistate fin dove il clima lo permetteva. Come i Greci per Dionisio, essi le dedicarono anche uno specifico protettore divino, Bacco. L’iconografia di Bacco sintetizza l'alchimia dell'anima sensoriale: il calice di vino sospeso allude a un processo di distillazione delle sensazioni corporee, di attesa e riflessione.
Secondo i Sufi, il vino è simbolico per l'evoluzione dell'anima. Quando il sé cambia in qualcosa di diverso da ciò che era prima, è come se l'anima fosse nata di nuovo. Questo è visto nell'uva che cambia in vino. L'uva, tramite il cambiarsi in vino, vive; come uva sarebbe sparita col tempo. Soltanto cambiando in vino, l'uva perde la sua individualità e tuttavia non la sua vita. L'uva vive come vino; e più vive a lungo, migliore il vino diviene. Quindi, per un Sufi, il vero sacramento è il cambiare la propria personalità somigliante all'uva, che ha un tempo limitato per vivere, in vino, e che quindi nulla del proprio sé possa essere perso, ma, al contrario, possa essere perfezionato. La vite, simbolo di forza intesa come capacità di adattamento e di trasformazione, ha sicuramente rappresentato in pieno anche lo spirito del Cristianesimo, diventando così un celebre emblema di questa religione. Non a caso Noè, che guida l’inizio di un nuovo ciclo, è indicato nella Bibbia come il primo ad aver impiantato la vite dopo averla salvata dal Diluvio.


Note: Testo di Jlandra.
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