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Ynis Afallach Tuath

IL CINGHIALE
Venerdì, 30 Aprile 2010 - 09:40 - 34418 Letture
Il cinghiale è un animale caratterizzato da una simbologia assai complessa.
In questa creatura possiamo ravvisare un sinbolo spirituale di saggezza, conoscenza, guarigione, verità, lealtà, messaggero fra il Mondo Sotterraneo e quello umano, rappresentando perfettamente così nel mondo celtico la classe sacerdotale.

Oppure può anche essere visto come portatore di fertilità e vitalità, simbolo della Dea madre, la Natura divina della terra legata al ciclo lunare, alla Dea, alla femminilità feconda e aggressiva, ma anche al ciclo solare, agli dei, alla frenesia riproduttiva maschile e all'aggressività dei guerrieri. Rappresenta le energie del territorio, il potere della terra, che si manifesta come energia vitale. Quindi simbolo di abbondanza, nutrimento, ospitalità, festeggiamenti e riunioni sociali, fertilità, salute e protezione dal pericolo, potere e vitalità.
Esso ci parla anche dell'iniziazione ai misteri della vita e della morte, del passaggio della fine di un ciclo e inizio di un altro, alla rinascita.

Il termine cinghiale viene fatto derivare dal latino singularis ("solitario") incrociato con cinghia, per il collare di setole di colore diverso.
Incarna la forza, la potenza selvaggia e l'energia vitale. A volte associato alla guerra e al combattimento, è espressione del suo vigore, in genere è utilizzato per vincere esseri o desideri malefici.

Fra i Celti era un "importante animale sacro", simbolo di combattività e forza, la sua carne veniva messa nelle tombe dei morti come viatico per dar loro forza nel viaggio verso l'aldilà.
Il cinghiale assume una simbologia complessa che a seconda della sua posizione sulla Croce Celtica cambia di significato.

Posizionato ad est, diventa un simbolo spirituale di saggezza, conoscenza, guarigione, verità, lealtà, messaggero fra il Mondo Sotterraneo e quello umano, rappresentando la classe sacerdotale.

Posizionato a sud diventa invece portatore di fertilità e vitalità, simbolo della Dea madre, la Natura divina della terra legata al ciclo lunare, alla Dea, alla femminilità feconda e aggressiva, ma anche al ciclo solare, agli dei, alla frenesia riproduttiva maschile e all'aggressività dei guerrieri. Rappresenta le energie del territorio, il potere della terra, che si manifesta come energia vitale: quindi simbolo di abbondanza, nutrimento, ospitalità, festeggiamenti e riunioni sociali, fertilità, salute e protezione dal pericolo, potere e vitalità.

Posizionato ad ovest racchiude le qualità dell'iniziazione ai misteri della vita e della morte, del passaggio, della fine di un ciclo e inizio di un altro, della rinascita.

Posizionato a nord diventa ispiratore di musica e poesia, per i Druidi rappresenta il ciclo dell'epoca odierna e simboleggia il polo immutabile e l'autorità spirituale. La costellazione che noi oggi chiamiamo dell'Acquario, un tempo era quella del Cinghiale.

Il simbolismo del cinghiale, spesso si mescola a quello del maiale, ricordiamo che la Dea Madre, si presentava spesso sottoforma di una Scrofa Bianca, e che forse era la personificazione dell'antico culto femminile. Con la sovrapposizione indoeuropea la figura del Cinghiale Bianco ha preso il posto della Scrofa bianca, simbolo della Dea.
La scrofa è legata al ciclo lunare, alla Dea e alla femminilità, mentre il cinghiale è connesso con il ciclo solare e gli dei. I Celti, in realtà, hanno saputo armonizzare nella loro tradizione il "regno della luna-scrofa” preindoeuropeo con il "regno del sole-cinghiale" indoeuropeo, equilibrando le energie maschili e femminili in un sottile gioco di forza.
Potremmo dire che il cinghiale rappresenta insieme al maiale e alla scrofa determinate energie del territorio. Il potere della Terra si manifesta in principio come energia vitale che permette a tutto ciò che esiste di nascere.
Passando ad un livello superiore la scrofa, associata a Ceredwen, diventa l'iniziatrice dei poeti e dei veggenti, colei che dona insegnamenti sciamanici, la nutrice dei sapienti grazie alla saggezza della terra. La scrofa possiede la saggezza e la conoscenza perché si nutre dei frutti che cadono dall'Albero di Mugna, una grande quercia che produce magicamente mele, nocciole e ghiande nello stesso tempo. È un animale associato alla terra come entità spirituale e fisica, che si preoccupa di fornire il nutrimento a tutti i livelli.

C'era inoltre la scrofa Hen-Wen che si diceva dotata di grande saggezza e sapere perché si era nutrita delle faggine, i frutti del faggio che crescevano sugli Alberi della Saggezza. La stessa scrofa aveva generato dal suo ventre, una grande quantità di grano e api da miele. Alcune qualità che si possono associare al cinghiale sono collegate alla natura combattiva, feroce e indomabile che lo rendono il simbolo naturale della guerra e del guerriero, oltre che alla caccia, vera e propria attività rituale dai molteplici aspetti, infatti l'animale offre anche le sue carni, che nutrono il popolo, diventando così simbolo dell'ospitalità, della protezione, del banchetto (come occasione di riunione), della fertilità, dell'abbondanza e del nutrimento in generale. La sua testa è considerata un amuleto potente in grado di assicurare la salute e di preservare dal pericolo.
Il cinghiale associato al Sud viene associato al potere del sole, fonte di vita; il cibo è uno dei componenti fondamentali in questo compito e quindi reperirlo diventa molto importante. Ecco quindi che la caccia ha una vera e propria funzione rituale a cui si partecipa dopo un'iniziazione e quindi in grado di costituire un'esperienza "nutritiva" a tutti i livelli.
A livello fisico forniva il nutrimento, a livello mentale la caccia stimolava l'astuzia e il coraggio del cacciatore, che doveva confrontarsi con la forza bruta del cinghiale, vincendo grazie all'esercizio dell'intelligenza.
La caccia era vista come qualcosa di più di un’opportunità sportiva; con l’usanza di forgiare le armi si iniziò a considerarla un atto sacro, nel quale cacciatore e cacciato entravano in una relazione del tutto particolare. La Caccia divenne simbolo e metafora del viaggio dello spirito, dove vita e morte hanno la loro parte e dove la guarigione è raggiunta cacciando. Cacciare e guarire sembrano attività non relazionate, ma i ritrovamenti archeologici ai santuari di guarigione di Lydney nel Gloucestershire e Nettleton Shrub nello Wiltshire mostrano come i Celti unissero i due concetti. La percezione che la morte di un animale corrispondesse alla vita di un altro portò i Celti a collegare lo spargimento di sangue con concetti come rinascita, guarigione, rinnovamento. Impegnandosi nella caccia al cinghiale erano chiamati a rinnovarsi.
Ma nonostante le associazioni militari, guerriere e aggressive, presso i Celti il cinghiale è soprattutto simbolo della classe sacerdotale, forse per la sua qualità di vitalità proveniente dal lato spirituale di ogni piano di manifestazione, essendo lo spirito un principio essenzialmente vitalizzante della materia, che altrimenti sarebbe inerte. Inoltre il cinghiale è come il Druido, strettamente collegato alla foresta dove vaga solitario o in compagnia dei suoi simili senza alcun timore.
In ogni caso alcuni spiriti animali erano preferiti ad altri come guardiani per le loro qualità specifiche. Ad esempio il cinghiale era ammirato per la sua forza e capacità riproduttiva. Era uno degli animali selvatici più apprezzati fra le tribù dell'antica Europa.

“Immagini del cinghiale rifulgevano
sopra le protezioni delle guance
ornate d'oro
il bellicoso cinghiale offriva ai guerrieri coraggiosi
la sua fulgida protezione di spirito indurito dal fuoco".


Lo studioso Stephen Glosecki nella sua analisi dei versi di Beowulf conclude che le parole anglosassoni usate nel poema si riferiscono alla realtà vivente dell'animale, infatti i copricapo metallici usati dagli eroi guerrieri venivano decorati con l'effige del cinghiale. E l'uso delle parole suggerisce che l'elmetto è considerato un qualcosa di vivente, infatti in questo caso il cinghiale rappresenta uno "spirito soccorritore".
Glosecki ipotizza che i membri delle tribù anglosassoni consideravano la propria anima come qualcosa che aveva bisogno di custodia, qualcosa che poteva andare perduta o rubata; quindi l'elmetto poteva aiutare il guerriero a proteggersi dai colpi portati alla sua testa, mentre la rappresentazione del cinghiale avrebbe protetto dagli attacchi l'anima eterea dello stesso, attacchi che venivano inferti da nemici invisibili ma potenti che risiedevano nel regno degli Spiriti.

Il cinghiale è forse il più importante simbolo zoomorfico dei Celti, da un lato emblema di guerra e di caccia, dall'altro di ospitalità e festa. È feroce ed indomito ed è significativo che nelle raffigurazioni la sua aggressività sia spesso evidenziata dalla criniera eretta. In tale atteggiamento è comune sulle monete celtiche come simbolo legato alla guerra. In battaglia si utilizzavano trombe con padiglioni a forma di cinghiale e gli elmi erano sormontati da figure di cinghiale come cimieri. I cinghiali venivano portati dalle truppe gallesi davanti a sé come emblema nei combattimenti e, di conseguenza, potrebbero aver voluto significare la dignità regale/lo status di capo oppure la sovranità della tribù e naturalmente la ricchezza.

Il legame cinghiale/banchetti, in particolare il banchetto dell'Oltretomba, è evidenziato sia in letteratura che in archeologia. Strabone (IV, 4.3) sostiene che i Celti amassero particolarmente la carne di maiale fresca e salata, e che in Gallia i maiali fossero grandi e feroci. Ampiamente documentata è la rivalità tra eroi per la porzione di maiale di spettanza al campione.

Uno dei più noti episodi mitologici irlandesi è il Banchetto di Bricriu, durante il quale tra gli eroi sorse una disputa riguardo a chi spettasse la parte migliore del maiale. Ogni bruidhen o "ostello dell'oltretomba"era governato da un dio che presiedeva al banchetto soprannaturale. I maiali venivano uccisi e mangiati ogni giorno, per poi rinascere magicamente di nuovo ed essere consumati.Il divino signore di tale banchetto era spesso raffigurato come un uomo con un maiale sulla spalla. La letteratura in vernacolo abbonda di cinghiali magici e soprannaturali. L'eroe Irlandese Diarmaid caccia un cinghiale, che è in realtà suo fratello adottivo trasformato per incantesimo, dal quale viene ucciso.
Nel racconto gallese di Culhwch e Olwen, due cinghiali hanno un ruolo centrale: Twrch Trwyth, un enorme cinghiale incantato, che un tempo era un re malvagio, e Ysgithyrwyn, il Capo Cinghiale. Entrambi devono essere sconfitti dall’eroe Culhwch (il cui nome significa ”recinto per maiali”).
Le zanne del Capo Cinghiale saranno usate come rasoio per radere un gigante, mentre il pettine e le forbici tra le orecchie di Twrch Trwyth saranno usati per tagliare i suoi capelli.
Il pettine è un simbolo associato al cinghiale da migliaia di anni. Antiche incisioni rupestri in Scozia mostrano pettini e specchi vicino a cinghiali e questi simboli ci fanno comprendere come di fatto il cinghiale fosse sacro alla Dea, nonostante rappresenti anche aspetti di sessualità e aggressività maschili.
Eric Neumann, junghiano, suggerisce che “La Grande Madre sia la scrofa che semina e i cinghiale che uccide”. Il terribile e distruttivo cinghiale irlandese Formael conferma questa associazione con il femminile non avendo né orecchie né testicoli. E in Scozia, tradizionalmente, le donne partoriscono alla Pietra del Cinghiale, appoggiando i piedi sulla pietra per assorbirne il potere. Che il cinghiale sia segretamente e intimamente femminile è confermato anche dalla tradizione irlandese, dalla quale sappiamo che il Cinghiale Bianco di Marvan agì come musa per il suo padrone, ispirandolo a scrivere musica e poesia.
Spesso il cinghiale viene raffigurato insieme al cervo. Entrambi simboleggiano le metamorfosi e le trasmigrazioni. Entrambi erano tra gli animali più cacciati.
Molti eroi prima di compiere un'impresa importante nella loro vita si sono perduti nella foresta inseguendo un cinghiale che diviene una guida per l'eroe che giunge di fronte al proprio destino e verifica la sua regalità o il suo fallimento, simbolo quindi di riuscita o distruzione.

Nella tradizione celtica, il cinghiale simboleggia il potere allo stato naturale, spesso distruttivo ma che può anche essere usato e canalizzato da un eroe, da un guerriero. Nelle favole dell’antica tradizione si parla di molti cinghiali terrificanti e magici. Nell’irlandese Book of Invasions troviamo Orc Triath, un cinghiale enorme e combattivo. Nel ciclo di Storie di Fionn leggiamo di Formael, enorme e maligno cinghiale che in un solo giorno è capace di uccidere cinquanta soldati e cinquanta cani da caccia.
L’aspetto selvaggio e distruttivo del cinghiale era usato dai Celti per accrescere la loro ferocia e terrorizzare i nemici. Il cinghiale era usato come emblema sugli elmetti ed anche come ancia sui corni di battaglia. La ringhiante bocca aperta della tromba a testa di cinghiale trovata a Grampian è dotata di un’articolata lingua di legno che vibrava provocando sicuramente uno spaventoso rumore. Il cinghiale era raffigurato su spade e scudi di bronzo e queste immagini erano usate per invocarne il potere, per proteggere il guerriero e potergli instillare vigore supernaturale e feroce.
In occasione di grandi feste i migliori tagli di carne venivano offerti al campione del giorno e queste portate erano note come “La Porzione dell’Eroe”. I cinghiali, comunque, di solito non venivano mangiati.
Affrontare con coraggio la figura del cinghiale Selvaggio ci consente di assorbire parte del suo potere. Non appena ci apriamo a questa forza vitale primaria, può darsi che come prima cosa si veda la bocca del Mondo Sotterraneo, la Caverna di Cruachan. Dalla bocca della caverna emergono innumerevoli porci di morte, che non possiamo né contare, né distruggere. Ma se restiamo fermi, se non arretriamo, questa immagine sfumerà e a quel punto vedremo l’unico cinghiale davanti a noi non più come un animale ringhiante ma come Taliesin che dice “sono stato un cinghiale selvaggio”, ed infine come il Druido della dea Ceridwen – Gwydd Hwch – il Cinghiale degli Alberi.

Come fonte di nutrimento la scrofa rappresenta la Dea., a prova del fatto che il druidismo fosse originalmente centrato sulla Dea, i Druidi erano chiamati “maialini”, e la Dea, a volte Ceredwen, era raffigurata come una scrofa e il suo Druido era chiamato cinghiale o cinghiale selvatico e il suo Alto Prelato guardiano dei porci.
Il cinghiale è completamente onnivoro, può mangiare teoricamente tutto quello che trova, ma questa mancanza di discriminazione è bilanciata dalla capacità del maiale di trovare tesori nascosti, tartufi o altri funghi deliziosi.
L’abilità del cinghiale a scoprire i segreti della terra è uno dei motivi per cui è così importante nella tradizione dei Druidi. Sia i maschi che le femmine sono sacri alla Dea – rappresentata nell’atto di dare la vita dalla scrofa, e nell’atto di prenderla dal cinghiale. Per comprendere pienamente il ruolo del cinghiale come animale totemico dobbiamo studiare anche la scrofa.
C’è un collegamento stretto nella tradizione tra pazzia, porci e cinghiali. A livello giocoso questa “follia” è espressa dal danzatore di moresca (danza tradizionale inglese) che percuote il pubblico con una vescica di maiale, usata anche per giocare a calcio. Ma non solo, i matti venivano impiegati come guardiani di porci. Merlino, nel suo periodo di follia, parlava ai maiali e in questa immagine si esprime l’idea che follia e visione interiore siano alleate strette.

Rappresenta l'agente spirituale perché in natura dissotterra i tartufi (che le leggende dicono creato dal fulmine, quindi raro e sacro) e si nutre di ghiande, frutti della quercia, albero di per sé considerato divino. Da un lato è associato a molte divinità guerriere e ricorda il coraggio e l'ardimento di cui il combattente deve dare prova.
Il tartufo secondo le leggende è, come dicevamo, creato dal fulmine, ma anche la quercia si diceva che crescesse là dove cadeva la folgore e il cinghiale è legato sia ai preziosi tuberi sia ai frutti della quercia, le ghiande, di cui è ghiotto, quindi possiamo vedere il cinghiale strettamente connesso al fuoco celeste, all'ispirazione divina.
La costellazione che oggi noi chiamiamo dell'Acquario un tempo era quella del Cinghiale.
Il Cinghiale Bianco indicava presso i Celti il sapere spirituale, la Conoscenza, “L'era del Cinghiale Bianco", la famosa canzone di Franco Battiato, si riferisce all'Era dell'Acquario, in cui viviamo attualmente.
La mitologia irlandese parla del Cinghiale Bianco che ispirò Marvan a scrivere musica e poesia. Nel romanzo di Taliesin ritroviamo la presenza del Cinghiale Bianco, medico, musico e messaggero di Marvan, il porcaro del re Guaire del Connaught. Il magico animale era stato ucciso da Guaire stesso su istigazione di alcuni bardi malvagi che Marvan abilmente sconfigge e riduce al silenzio, venendo acclamato da Seanchan Torpest "primo profeta del cielo e della terra".
Andando a caccia del cinghiale, quindi inseguendo il nostro spirito selvaggio nel nostro bosco interiore o il nostro inconscio, ritroveremo molti doni, se pensiamo a tutte le sue associazioni a seconda delle posizioni che occupa nella croce celtica: la saggezza druidica, l'armonizzazione con il divino femminile della Terra e del ciclo lunare, i misteri della vita e della morte, del passaggio, della fine di un ciclo, dell'inizio di un altro e l'ispirazione della

RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI

Nei siti archeologici le ossa di cinghiale ritrovate sono scarse, suggerendo che i cinghiali non erano una fonte comune di cibo. La popolarissima immagine che il cinghiale fosse la bestia preferita da cacciare dei Celti per procacciarsi il cibo (da cui la predilezione di Obelix per il cinghiale arrosto) è soltanto un cliché e deriva da un'interpretazione confusa di Strabone. I Celti avevano sì una netta predilezione per la carne suina, ma mangiavano il maiale piuttosto che il cinghiale. Le scarse ossa di cinghiale rinvenute nei siti non recano segni di macellazione, implicando il sacrificio piuttosto che il consumo alimentare.
Ci sono prove che i maiali, oltre che diffusamente usati come fonte di cibo, fossero anche sacrificati o consumati ritualmente durante le feste e le ricorrenze sacre. I maiali erano importanti nell'economia delle tribù celtiche dell'Età del ferro e il loro sacrificio agli dei aveva lo scopo di propiziarsi la continuità di una delle fonti favorite di cibo, ma erano anche visti come un simbolo di fertilità perché molto prolifici.
La caccia al cinghiale era probabilmente una pratica rituale e molte immagini di cinghiale appaiono nell'iconografia e sui manufatti di bronzo come il calderone di Gundesdrup. Le statuine di cinghiale erano molto comuni, anche se non sempre come statuette di per sé ma come parti di ornamenti soprattutto di elmetti. I cinghiali erano associati alle armi e ai guerrieri a causa dei loro tratti aggressivi che evocavano l'idea di conflitto e di combattimento. Erano il simbolo più immediato della guerra per la loro combattività ed aggressività e i Celti li adottarono come emblema di battaglia. Motivi di cinghiali adornavano le armi e le armature agendo come simbolo apotropaico, con lo scopo di proteggere il guerriero e fargli schivare i colpi. Gli emblemi di cinghiale sulle armi sono tutti raffigurati con i crini sulla schiena eretti come delle spine, richiamando il fratellastro di Diarmaid, figura della mitologia Irlandese, che era un cinghiale fatato dalla criniera pungente e velenosa. In particolare, il crine eretto sulla schiena del cinghiale è una convenzione nell'arte dell'Età del Ferro per esprimere la ferocità di un cinghiale irato e, per implicazione, del guerriero stesso. Tuttavia nelle sepolture di guerrieri sono state rinvenute parti di maiale, ma solo raramente parti di cinghiale.
Il cinghiale è spesso associato all'immaginario solare, soprattutto sulle monete su cui erano sovente raffigurati, e il motivo solare viene inserito o sul crine dorsale eretto o tra le zampe, tanto che alcuni studiosi hanno addirittura ipotizzato che i crini eretti possano simboleggiare i raggi del sole.In mitologia, cinghiali e maiali non sono nettamente distinti. In quella gallese, il cinghiale più celebre è forse Twrch Trwyth del racconto di Culhwch e Olwen, ma anche nel terzo ramo dei Mabinogion Manawyddan e Pryderi si trovano alle prese con un cinghiale magico. In tutti e quattro i rami il maiale ha un ruolo importante e scatenante degli eventi che compongono le storie. Il maiale è anche legato ai banchetti soprannaturali dell'Altromondo, soprattutto nella mitologia irlandese.
La maggior parte del simbolismo del cinghiale viene dai Celti, che lo mettevano in relazione con la battaglia e la leadership, e dava forza e coraggio al guerriero.Le sue setole erano considerate detentrici di un potere innato. Fion muore per aver calpestato una setola di cinghiale ed aver infranto il geasa di cacciare il cinghiale. I corni da battaglia (carnyx) di Scozia e Galles erano decorati con teste di cinghiale così come gli scudi e gli elmetti. I Celti attribuivano alla sua pelle qualità curative: se posta su una ferita l'avrebbe fatta rimarginare. In seguito il maiale domestico divenne simbolo di fertilità.

Una delle pitture murali di Catalhojuk contiene un'immagine che riflette la natura bipolare della femmina umana e di tutta l'esistenza, riassumendo l'intera cosmologia e cronologia della religione della Dea. Secondo James Mellaart, l'archeologo che per primo scavò a C. negli anni Sessanta, la scena rappresenta Artemide come la Dea della Montagna, un'antica icona sciamanica di potere e creatività. (...) La Dea della Montagna è ritratta nel suo santuario montano ricoperto di alberi, indossa un copricapo ed una collana che possono essere interpretati come insegne di potere (...) Il santuario recinto, o nicchia della grotta, è abilmente ricavato dallo spazio negativo che, in realtà, se lo si guarda più da vicino, è costituito da due cinghiali, i cui musi si trovano al di sopra della sua testa. All'interno dello spazio dei due cinghiali sono raffigurati due leopardi, i cui musi si trovano all'altezza del suo viso. Al di sotto dei leopardi e dei cinghiali compaiono le sue due sacerdotesse o regine, le sorelle sacre, le Jami, la Dea Doppia in forma umana, che tenendosi per le braccia, o mettendo in evidenza i seni nudi, indossano caratteristiche gonne con smerli, o increspate, che migliaia di anni più tardi ricompariranno a Creta e a Malta.
La Madre in questa raffigurazione è legata al sacro e non alla caccia.
Non vi sono armi, solo Lei, le sue sacerdotesse, e gli animali (le sacerdotesse indossano una cintura che forma un serpente). Di qui possiamo desumere l'importanza sacra del cinghiale. Esso è raffigurato nella parte negativa (in senso fotografico) della pittura, una pittura che vuole esprimere la duplicità del carattere della Madre: vita e morte, luce e buio. Il fatto che il cinghiale sia nella parte nera del disegno potrebbe simboleggiare il suo appartenere al lato oscuro della Madre, particolare che in effetti ritroviamo quando pensiamo che Ceredwen è la Signora del Calderone, del Cuore dell'Inverno ed è strettamente legata a questo animale. (Vicky Noble, La Dea Doppia)

accia al Cinghiale

Fin dal Mesolitico, l'uomo caccia attivamente il cinghiale per il proprio sostentamento: l'invenzione della freccia rese molto meno pericolosa la caccia a questi animali, visto che per un uomo, per quanto armato di lance o coltelli, confrontarsi corpo a corpo con un grosso cinghiale risulta assai rischioso. Nella società dell'Antica Roma e nell'Europa del Medio Evo, la caccia al cinghiale era un'attività quotidiana per coloro i quali volevano trovare di che sfamarsi. Uccidere un grosso maschio veniva considerata una prova di coraggio, visto che questi animali, qualora feriti, diventano estremamente pericolosi: lo dimostra il fatto che l'uccisione di un cinghiale con una lancia da parte di Carlo Magno nel 799 viene apprezzata come atto di audacia anche da Papa Leone III.
La caccia al cinghiale veniva però solitamente effettuata a cavallo, con l'ausilio di grossi levrieri e molossi. Spesso i cani erano dotati di ampi collari di maglia di ferro come difesa dai morsi dell'animale: tali collari a volte si estendevano sino a ricoprire anche il torso o la testa dell'animale. I cani avevano la funzione di fiaccare l'animale mordendolo ed inseguendolo, fino a farlo accasciare esausto in un luogo dove il cacciatore avrebbe potuto finirlo a distanza ravvicinata.
Lo sviluppo delle armi da fuoco rese la caccia al cinghiale molto meno pericolosa: pertanto i nobili uccidevano senza sforzo centinaia di animali, costringendo poi la popolazione locale (alla quale solitamente era vietato uccidere gli animali, anche qualora stessero danneggiando le loro colture) a comprarne la carne oppure a pagare i pedaggi con carne di cinghiale. Con la fine degli assolutismi, i contadini indigenti ripiegavano sulla selvaggina per poter integrare il poco che riuscivano ad ottenere dalla propria terra: questo portò alla decimazione del cinghiale in gran parte del suo areale europeo.

«Narra un racconto etrusco che i cinghiali e i cervi, presso di loro, si catturano per mezzo delle reti e dei cani, come è d' uso nella caccia, ma meglio ancora con l' ausilio della musica», così afferma il sofista Eliano nella sua opera sulla Natura degli animali. Più in dettaglio ricorda che in Etruria, disposte le reti, un flautista iniziava a suonare in modo melodioso e i cinghial e i cervi lasciavano le tane seguendo il suono e finendo nelle reti.
una serie di ritrovamenti archeologici di notevole interesse hanno portato – negli anni scorsi - alla scoperta di un oppidum etrusco nell' area di Castiglion Fiorentino e di un' acropoli con un tempio e altri edifici annessi. Tra le dediche votive del santuario figuravano proprio numerose zanne di cinghiale: i devoti intendevano così offrire alla divinità - forse legata alla caccia - la prova tangibile del loro valore.

Allevamento

Solo nel XVIII secolo iniziò l'allevamento selettivo ed intensivo del maiale. Fino a quel momento, i maiali venivano tenuti in regime di semilibertà, rendendosi quindi estremamente suscettibili di meticciamento con cinghiali selvatici: questi maiali erano perciò di aspetto ancora molto simile ai cinghiali, con pelo lungo e colorito bruno. Cronache dell'epoca segnalano pesi medi di una cinquantina di chili nell'animale eviscerato, il che segnala una stasi dal momento della domesticazione: gli animali in stadio precoce di domesticazione, infatti, tendono sempre a diminuire le proprie dimensioni rispetto alla popolazione selvatica.
L'avvio di una nuova concezione dell'allevamento intensivo in recinti rese possibile una selezione più accurata e sicura dei riproduttori, tesa all'aumento di dimensioni, alla diminuzione dell'aggressività ed ad una maggiore tendenza alla conservazione della carne (che nel cinghiale selvatico, così come nei maiali semiselvatici, va assai rapidamente in putrefazione): tale selezione portò all'ottenimento della prima razza vera e propria di maiale domestico nel 1805, in Inghilterra.
L'addomesticamento del maiale, tuttavia, è un processo non del tutto riuscito: ancora oggi, infatti, i maiali che fuggono dalla cattività non faticano a vivere allo stato brado e si rinselvatichiscono in brevissimo tempo, dando origine a popolazioni brade. Questi animali, tuttavia, non sono definibili come cinghiali (così come i cani rinselvatichiti non sono definibili lupi), per vari motivi:
- pur presentando il caratteristico manto setoloso del cinghiale, sebbene meno denso, i maiali rinselvatichiti risentono della selezione in cattività in quanto il colore del pelo e della pelle varia da individuo ad individuo, con esemplari pezzati, rossicci, biancastri e neri. Spesso è inoltre presente una banda scura lungo la spina dorsale;
- il collo dei maiali rinselvatichiti è più sottile rispetto a quello del cinghiale, le orecchie sono più grandi e la caratteristica criniera è assente;
- le orecchie dei maiali rinselvatichiti sono più grandi ed allargate rispetto a quelle dei cinghiali, inoltre spesso l'animale le porta pendenti in avanti anziché ben diritte sulla testa.
Rispetto ai maiali domestici, invece, questi maiali rinselvatichiti hanno zampe e cranio più slanciati ed allungati, mentre la coda non si arriccia, ma è dritta e pende verso il terreno.
I maiali selvatici tendono ad ibridarsi senza problemi coi cinghiali, sia nelle zone in cui questi ultimi sono naturalmente presenti, sia nelle zone in cui essi sono stati introdotti più o meno recentemente: è stata proprio questa tendenza all'incrocio fra le due popolazioni, avvenuta a più riprese nel corso della loro storia evolutiva, a rendere così difficoltosa una classificazione esaustiva del cinghiale nel suo insieme."

Mitologia

Nella cultura dell'antica Grecia, il cinghiale era visto come simbolo di morte: questo perché la stagione di caccia a questi animali si apriva il 23 di settembre, giorno vicino alla fine dell'anno. Il cinghiale era inoltre simbolo dell'oscurità in lotta con la luce, a causa delle sue abitudini notturne e della colorazione scura del manto.
Nella mitologia greca risaltano due cinghiali leggendari: il primo è il ben conosciuto cinghiale di Erimanto, ferocissimo animale che Ercole domò come terza delle sue dodici fatiche, mentre il secondo è il cinghiale calidonio, poderosa bestia mandata sulla terra da Ares come punizione per Adone ed uccisa nella caccia calidonia, alla quale partecipò la maggior parte degli eroi della mitologia greca.

Il Cinghiale di Erimanto
Nella Mitologia greca, il Cinghiale di Erimanto era un poderoso e ferocissimo cinghiale che viveva sul monte Erimànto e che terrorizzava tutta la regione: Ercole lo catturò vivo e lo portò ad Euristeo che per la paura si nascose in una botte. La sua cattura fu la terza delle Dodici fatiche di Ercole.

Il cinghiale di Calidone
Nella mitologia greca, il cinghiale di Calidone o calidonio è un cinghiale di straordinaria possanza che compare in diversi miti come antagonista di grandi eroi. Fu mandato da Ares, per gelosia, a uccidere Adone quando costui si innamorò di Afrodite.

Il cinghiale trovò la morte nella caccia calidonia, una battuta di caccia organizzata dal re Oineo di Calidone. Il cinghiale era stato inviato da Artemide a distruggere i campi di Calidone perché Oineo era venuto meno nelle offerte votive. Per liberarsi della belva, Oineo organizzò una caccia in cui chiese la partecipazione di quasi tutti gli eroi del mito greco; tra gli altri, Castore e Polluce, i Cureti, Ida e Linceo, Admeto e Atalanta.
Nella mitologia celtica, il cinghiale era invece considerato l'animale simbolo della divinità Arduina e molte storie mitologiche (come quella di Fionn mac Cumhaill nella mitologia irlandese) sono incentrate proprio attorno alla caccia di questo animale.

Nella mitologia norrena, il cinghiale è associato alla fertilità ed è fedele accompagnatore degli dei Freyr (il cui cinghiale si chiama Gullinbursti) e Freyja (il cui cinghiale si chiama Hildisvíni): si pensa che la figura di Freyr col suo cinghiale sia stata poi trasfigurata nella cristianità in quella di San Nicodemo da Cirò o di Sant'Antonio Abate, ambedue spesso raffigurati in compagnia di questo animale.
Gullinbursti è stato creato dai nani Eitri e Brokkr, assieme ad altri portentosi oggetti destinati agli Dèi, tra cui Draupnir, l'anello di Odino, e Mjöllnir, il martello di Thor.

Gullinbursti è in grado di correre più veloce di qualunque altro destriero, di notte e di giorno, nell'aria e nell'acqua, perché non esiste luogo così oscuro che non possa venire illuminato dallo splendore delle sue setole. Gullinbursti, che ha anche il compito di trainare il carro di Freyr, simboleggia il potere divino della fecondità. È su questo carro che Freyr assiste al funerale di Baldr.

Gullinbursti

Gullinbursti è definito anche slíðrugtanni: "zanne spaventose". Da notare che anche il verro dorato che appartiene alla dea Freyja, che si chiama Hildisvíni, viene spesso chiamato "gullinbursti": anche quest'ultimo è stato creato da due nani (Dáinn e Nabbi), e dunque non è escluso che in realtà possa trattarsi della stessa figura.

Nella Persia dell'impero sassanide i cinghiali erano considerati meritevoli di rispetto in quanto creature coraggiose e sprezzanti del pericolo, tanto che l'aggettivo Boraz o Goraz (cinghiale) veniva aggiunto al nome di una persona per sottolinearne il coraggio in battaglia.

Nella mitologia indiana il cinghiale invece rappresenta Varaha, il terzo avatar di Vishnu.", che riporta a galla, aggrappata alle sue zanne, la Terra che un demone aveva imprigionato sotto le acque dell'oceano

Note: Fonti:
Corinne Morel. Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze. Ed. Giunti
Riccardo Taraglio. Il Vischio e la quercia. Ed. Età dell’Acquario
Simboli. Le Garzatine
John Mtthews. Sciamanesimo celtico. Ed. Età dell’Acquario
Brian Bates. La sapienza di Avalon, alle fonti del pensiero celtico. Ed. Rizzoli
Miranda Green. Dizionario di mitologia celtica
Sabine Heinz. I simboli dei Celti
Philip e Stephanie Carr-Gomm. L’oracolo dei druidi.
Miranda Green. Animals in celtic life and myth.
J.D. Palmer. Dizionario magico degli animali
Art. rivista Antikitera. La caccia al cinghiale tra mito e archeologia. 1 ottobre 2009
http://it.wikipedia.org/wiki/Cinghiale
http://it.wikipedia.org/wiki/Cinghiale_di_Erimanto
http://it.wikipedia.org/wiki/Gullinbursti
http://it.wikipedia.org/wiki/Cinghiale_calidonio

A cura del gruppo di Studio Sentieri di Avalon dell'Associazione Ynis Afallach Tuath,. articolo redatto grazie ai contributi di Argante, Berkana, Euphorbia, Abigail, e riuniti in questo documento da Sylesia.

NOTA BENE: A causa dell’interruzione della cooperazione con l’autrice non ci è stato possibile contrassegnare con precisione le citazioni letterarie dagli scritti personali. Viene quindi a mancare la volontà di infrangere qualsiasi diritto di copyright. Segue una dettagliata bibliografia. Si prega di ritenere questo articolo solo un insieme bel organizzato di citazioni letterarie tratte da vari studi pubblicati in diversi momenti e in diverse lingue.
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