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Ynis Afallach Tuath

III RAMO
Venerdì, 22 Febbraio 2008 - 14:08 - 3461 Letture
I Mabinogion e altri testi gallesi Manawyddan, “figlio del mare” è una divinità celtica, fratello di Bran.
In questo ramo del Mabinogion si racconta del suo ritorno in Britannia
dopo la disastrosa spedizione di Irlanda
e la morte conseguente di Bran.

In Britannia il trono è stato usurpato da Caswallan,
e Manawyddan non tollera di vivere alla corte del traditore,
perciò Pryderi, figlio di Pwyll, gli offre in sposa la madre vedova Rhiannon,
che porta in dote sette cantoni nel Dyfed.
Manawyddan, Rhiannon, Pryderi e sua moglie Cigfa si stabiliscono cosi nel Dyfed,
ma un giorno, durante una passeggiata,
si siedono sul tumulo fatato di Arberth:
subito una nebbia fittissima scende sul Dyfed e, quando scompare,
i quattro protagonisti capiscono di essere rimasti gli unici abitanti di quella terra,
diventata improvvisamente sterile, deserta ed inospitale.
Per sopravvivere si dedicano alla caccia,
ma dopo due anni si stancano di quella vita di stenti e solitudine
e decidono di recarsi nelle terre vicine.
In esse sono costretti a sopravvivere come artigiani, producendo inizialmente selle.
Le selle di Manawyddan e Pryderi, però, sono cosi belle e finemente guarnite
che suscitano la gelosia degli altri artigiani che decidono di ucciderli.
Quando i due si accorgono del pericolo, sono costretti a scappare
con le rispettive mogli in un paese vicino, dove iniziano a produrre scudi.
Ma la vicenda si ripete e i quattro fuggono in un altro paese dove fabbricano scarpe.
Di nuovo, gli artigiani invidiosi progettano di ucciderli
e Pryderi è cosi furioso che vorrebbe cercare vendetta,
ma Manawyddan lo trattiene, ricordandogli che:
“la libertà è meglio della prigionia”,
infatti se uccidesse gli artigiani verrebbe punito con la detenzione.
Così i quattro protagonisti decidono infine
di tornare nel Dyfed, dove si dedicano nuovamente alla caccia.

In questa prima parte del racconto, notiamo un chiaro collegamento
sia al primo che al secondo ramo dei Mabinogion.
Pryderi e Rhiannon sono di nuovo protagonisti di eventi fantastici
che occorrono nel Dyfed, ed, in particolare, sul tumulo delle fate di Arberth:
l’altromondo torna a manifestarsi nelle loro vite.
Manawyddan è una divinità chiaramente collegata ala mare ed alle acque,
e secondo la tradizione è anche il re dell’altromondo,
un abilissimo mago capace di mutare le proprie sembianze,
il detentore della magica Coppa della Verità,
corrispondente dell’irlandese Manannan Mac Lyr. Ricorderemo che anche Rhiannon è regina dell’altromondo,
donna del Sidhe che decide di abbandonare il suo mondo
per vivere col principe mortale Pwyll.
Sposando Manawyddan, ricostituisce la coppia regale e divina dell’altromondo.
E’ interessante notare come anche nella tradizione greca,
la dea Demetra, assimilabile a Rhiannon in quanto entrambe simboli
della Sovranità della terra e con un cavallo come animale totemico,
sia legata ad una divinità marina, Poseidone,
con il quale si congiunge in forma di cavalla e con il quale concepisce due gemelli.
Il mare e l’acqua sono da sempre ritenuti simboli dell’aldila,
il mondo degli spiriti e delle creature fatate.
Cosi in questa storia possiamo intuire parallelismi fra la tradizione classica
e quella celtica: Rhiannon ha le stesse funzioni di Demetra
e della figlia Persefone, sposa di Ade;
mentre Manawyddan può essere assimilato allo stesso Ade oltre che a Poseidone.
Il discorso può apparire intricato ma bisogna ricordare
che tutte queste divinità altro non sono se non riflessi di un unico archetipo,
scomposto in più figure per renderlo più facilmente comprensibile alla mente umana.

Vediamo ora come prosegue il racconto.
Durante una seduta di caccia, Manawyddan e Pryderi inseguono una verro bianco,
chiaro elemento dell’altromondo e collegato ai maiali che nel primo ramo Arawn,
signore dell Annwn, appunto, l’oltremondo, regala a Pwyll in segno di riconoscenza.
I due eroi si trovano al cospetto di un meraviglioso castello
che appare disabitato ed il verro è sparito.
Pryderi, incuriosito, si inoltra nel castello, nonostante Manawyddan
lo avverta di non farlo poiché capisce che si tratta
di un prodigio degli esserei fatati. Pryderi, giovane incurante del pericolo,
trova proprio nella grande sala centrale del castello
una meravigliosa fontana di marmo con una coppa d’oro sul bordo,
sospesa al soffitto da pesanti catene.
Incantato, non può fare a meno di toccarla e subito le sue mani
restano attaccate alla coppa immobilizzandolo
ed egli perde il dono della parola.
Manawyddan lo aspetta all’esterno, ma quando si fa buio, non vedendolo tornare,
decide di andare all’accampamento e raccontare tutto alle donne.
Rhiannon si infuria poiché ha lasciato solo il figlio
e chiede di essere condotta al castello.
Entra anch’essa e , come il figlio, rimane attaccata alla coppa d’oro,
incapace di proferire parola.
Manawyddan vede scendere una fitta nebbia ed il castello scompare.
Così torna nuovamente indietro e racconta l’accaduto a Cigfa
che si dispera e teme per la sua castità in compagnia di Manawyddan,
ritenuto secondo la leggenda un dio dalle abitudini per cosi dire libertine,
che , come l’ellenico Zeus, amava giacere in compagnia
delle fanciulle mortali generando eroi.
Manawyddan tuttavia la rassicura, dicendo che non la toccherà mai
in rispetto a Rhiannon e Pryderi e si dimostra così leale come Pwyll
nei confronti della moglie di Arawn nel primo ramo,
che viene cosi continuamente richiamato alla memoria.

Questa parte della storia è molto interessante:
fa esplicito riferimento ad un castello fatato in cui è nascosta una coppa d’oro.
Chiunque tocchi la coppa resta inesorabilmente attaccato ad essa
e perde la capacità di parlare. Essa è un chiaro collegamento al Graal,
la coppa santa che ispira pazzia o beatitudine e lascia senza parole,
in pura ed estatica contemplazione della divinità.
Rhiannon ed il figlio Pryderi sono di nuovo tenuti prigionieri,
come nel primo ramo, e di nuovo Pryderi si rivela essere un aspetto
dell’archetipico Mabon, il Figlio della Madre,
il sole bambino che viene tenuto prigioniero
e deve essere liberato, simbolo del ciclo stagionale.

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