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Ynis Afallach Tuath

IL GATTO
Sabato, 11 Dicembre 2010 - 09:10 - 4837 Letture
Le più antiche testimonianze di gatto domestico in Gran Bretagna risalgono all'Età del Ferro. Negli insediamenti di Danebury e Gussage All Saints sono stati rinvenuti resti di scheletri di cuccioli di gatti, che stanno ad indicare che i gatti erano allevati in loco, soprattutto si presume per la loro utilità nella caccia ai topi, ma anche come animali domestici.

Il gatto presso i Celti

Le più antiche testimonianze di gatto domestico in Gran Bretagna risalgono all'Età del Ferro. Negli insediamenti di Danebury e Gussage All Saints sono stati rinvenuti resti di scheletri di cuccioli di gatti, che stanno ad indicare che i gatti erano allevati in loco, soprattutto si presume per la loro utilità nella caccia ai topi, ma anche come animali domestici.

Fondamentalmente il gatto è un animale che viene associato alla luna, al regno dei morti, ai poteri dell'Altromondo, alla profezia ed è sempre presente nella mitologia e nel folklore celtico. In Scozia troviamo molti clan che utilizzavano il gatto come animale totemico, i MacIntosh, MacNeishe e MacNicol erano legati al gatto domestico, mentre i MacBrain a quello selvatico.

Una tribù Pitctish, conosciuta come "Kati" la gente-gatto, viveva nel Caithness, il promontorio dei gatti, mentre il nome gaelico della contea di Sutherland è Cataobh, che significa “il paese dei gatti”.
In Irlanda, invece, tradizionalmente il gatto non gode di una buona reputazione. Negli “Annali dei Quattro Maestri” del Regno di Irlanda, si racconta che Cairbre, uno dei Re Supremi di Irlanda, venisse anche chiamato Cinnchait or Caitchenn, “testa di gatto” o “testa dura”, in quanto avrebbe posseduto una testa di gatto e che questa fosse collegata ad un dio, indicando così che presso i Celti potrebbe essere esistito un dio-gatto.

In questo caso il dio-gatto sarebbe stato assimilato alle creature selvagge e pericolose dell'Aldilà e questi si sarebbe proposto come dominatore illegittimo, proprio come Cairbre Cinnchait fu un usurpatore del trono di Irlanda, spodestando il precedente re Crimthann Nia Náir e “durante il periodo del suo regno maturò solo una spiga di grano per pianta ed una sola ghianda sulla quercia; i fiumi non portavano pesci e il bestiame non dava latte. Uccise i suoi figli, che avevano tutti una macchia, uno dopo l'altro”.

In diverse leggende celtiche il suo è anche un compito di guardia ai tesori e delle porte dei mondi, e proprio un proverbio irlandese dice che “gli occhi di un gatto sono finestre che ci permettono di vedere dentro un altro mondo”, più semplicemente gli occhi del gatto rappresentano una porta per l'Altromondo.



Il guardiano delle porte di Tara, fortezza dei Thuatha De Dannann, aveva un occhio di gatto che di notte lo teneva sveglio al rumore dei topi e degli uccelli, mentre durante il giorno, invece di fargli fare la guardia, lo faceva addormentare.

Nel “Immram Maele Dúin” o “Voyage of Máel Dúin” i viaggiatori si imbattono in un gattino apparentemente innocente. Quando un membro dell'equipaggio tenta di rubare un tesoro che si trova nei pressi, il gattino si trasforma in una freccia infuocata e lo riduce in cenere. Anche in questo caso, le qualità del gatto servono a proteggere un tesoro.

Sembra che in Galles esistesse una dea-gatta di nome Palug, Paluc o Gatta Palu, vista come uno dei tre flagelli dell'isola di Anglesey, nata dalla dea-scrofa Henwen e che forse si riferisce proprio alla dea Cerridwen che poteva manifestarsi anche sotto forma di scrofa e di gatta.

“Tre potenti porcari dell’Isola di Prydain. Trystan figlio di Tallwch, che tenne il maiale di March, figlio di Meirchiawn, mentre il porcaro andò a portare un messaggio a Essyllt per chiedere un incontro con lei, e Arthur chiese un maiale per mezzo di inganno o furto, e non poté averlo; e Pryderi, figlio di Pwyll, che tenne il maiale Pendaran Dyfed a Glencuwch in Emlyn; e Coll figlio di Collfrewy, che tenne l’antica scrofa di Dallweir Dalben, che andò in cerca fino a Penryn Awstin, in Cornovaglia, e lì, andando per mare, approdò a Arbertorogi, in Gwent Iscoed, e Coll figlio di Collfrewy teneva la sua mano sulle setole della scrofa ovunque essa andasse per mare o per terra, e a Maes Gwenith nel Gwent lei lasciò cadere frumento e api, e da allora in poi lì c’è il miglior frumento, e da lì essa andò a Lonwen nel Penero, e lì lei lasciò cadere orzo e api, e da allora c’è il migliore orzo a Lonwen, e da lì essa proseguì verso il Riw Cyferthwch in Eryri, e là lasciò cadere un cucciolo di lupo e un’aquila, e Coll figlio di Collfrewy, diede l’aquila a Brynach Gwyddel del Nord, e il lupo lo diede a Menwaed di Arllechwedd, e questi sono il lupo di Menwaed e l’aquila di Brynach, e da lì la scrofa andò a Maendu in Llanfare, nell’Arvon, e lì essa lasciò cadere una gattina, e Coll figlio di Collfrewy gettò la gattina nel Menai, e in seguito lei divenne la gatta Paluc.”

Dopo che il mostro-gatto, ormai adulto, ebbe divorato tre volte sessanta guerrieri, secondo un breve frammento contenuto nel Black Book of Carmarthen, l'eroe Kei, quello che nella letteratura francese diventerà Keu il siniscalco, fratello dl latte di Artù, si troverà a doverlo combattere.

Kei il Benedetto si recò a Môn
Per uccidere dei mostri:
Il suo scudo era minuscolo
Di fronte al gatto della palude!
Quando le genti chiesero:
'Chi ha trafitto il gatto della palude
Per nutrire il quale
Caddero nove volte venti guerrieri,
E nove volte venti capi?”...
(P. Walter, Artù, l'orso e il re, p. 46)


Purtroppo mancano le ultime righe per cui non si sa come finì il duello, mentre in altre versioni fu Artù stesso a combattere personalmente contro il mostro, come avviene nella Suite du Merlin di Robert de Boron.
Secondo il racconto, un giorno un pescatore aggancia con la lenza un gatto nero come le more. Decide quindi di portarselo a casa, sperando che dia la caccia ai topi. Il gatto, però, continua a crescere fino a raggiungere dimensioni mostruose, arrivando poi ad uccidere il pescatore e la sua famiglia, per poi rifugiarsi sulla montagna nei pressi del Lago di Losanna (o Lago Lemano), dove provocherà terribili devastazioni. Sarà Artù a sostenere un epico combattimento e, liberando la zona, deciderà di ribattezzarla “monte del Gatto”.

E' probabile che la dea, sotto forma di gatto, sia poi sopravvissuta anche nei racconti arturiani sotto le spoglie del mostro Chapalu. Nel Romanz des Franceis si legge che Artù, combattè contro Chapalu e che venne vinto dal mostro, ma l'autore che riporta questa tradizione ne sottolinea anche l'assurdità:

“Rimé ont de lui li Franceis […]
Que boté fu par Capalu,
Li reis Artur en la palu,
Et que le chat l'ocist de guerre,
Puis passa outre eb Engleterre,
Et ne fu pas lenz de conquerre,
Ainz porta corone en la terre
Et fut sire de la contrée.
Où ont itel fable trovée?
Mençonge est, Dex le set, provée.”


Trad: “I Francesi hanno scritto in rima la sua storia […]. Il re Artù fu trascinato da Chapalu fin dentro una palude e il gatto lo uccise nel corso del combattimento, poi attraversò il mare fino in Inghilterra, e in breve tempo la conquistò. Fu quindi incoronato dopo essere stato proclamato signore del regno. Dove mai avranno [i Francesi] trovato una storia del genere? Non è altro che una menzogna, Dio lo sa bene”.
(“Li Romanz des Franceis”, André de Coutances (XII sec) tratto da P. Walter “Artù, l'orso e il re”, p. 133)


In molte zone della Francia e della Germania un personaggio del folklore locale veniva chiamato lo Spirito-gatto del Grano, che si manifestava durante le feste del raccolto e anche se a prima vista ciò può sembrare strano, non dimentichiamo che Henwen partorì un grano d'orzo, uno di frumento e un'ape, oltre a un lupo, un'aquila e anche la gatta Paluc. E se Henwen rappresenta realmente la Grande Dea Madre, questo dimostrerebbe una volta in più come vita e morte nella concezione dei Celti fosse vicina.

Il gatto nelle tradizioni

Il gatto era molto apprezzato nell'antico Egitto, dove venne introdotto a partire dal 2100 a.C.. Plutarco afferma che il gatto ebbe origine direttamente nella grotta sacra di Iside, durante una notte di luna piena, quando una gatta diede alla luce ben 28 gattini, corrispondenti alle fasi della luna. La dea Bastet è la dea-gatto più nota, ma ve ne era un'altra adorata precedentemente, la dea Mafdet, che rappresentava il gatto selvatico. Anche la parola egizia Mau, stava ad indicare il gatto, e se ricorda il verso dell'animale è anche vero che si trattava di una sillaba connessa alla Madre.
Bast è la gatta-madre della città di Bubastis, e rappresentava l'aspetto benevolo della dea, mentre, Sekhmet, la Leonessa, rappresentava colei che divorava e puniva gli uomini.

In molte culture europee, il gatto è legato alla tradizionale mietitura del grano. In alcune aree della Slesia, quando si falcia l'ultimo grano si usa dire “il gatto è preso” e “gatto” viene chiamato anche chi dà l'ultimo colpo durante la trebbiatura.
Nelle vicinanze di Lione tanto l'ultimo covone, che la cena della mietitura, sono chiamati “gatto” e nella zona di Vesoul i contadini, quando falciano l'ultimo grano, dicono “teniamo il gatto per la coda”.
Vicino ad Amiens, l'espressione per indicare la fine della mietitura è “vanno a uccidere il gatto” e quando l'ultimo grano è falciato, si usava uccidere un gatto sull'aia.

In ogni caso in gran parte d'Europa, l'uomo che taglia l'ultima manciata di fieno o di frumento è detto “colui che cattura il gatto, o la lepre” o che “ammazza il cane”.

Frazer afferma che tutte queste rappresentazioni zoomorfe dello spirito del grano evidenziano chiaramente il carattere sacramentale della cena del raccolto: dove lo spirito è concepito come incarnato in un animale; la bestia divina quindi viene uccisa e i mietitori se ne dividono la carne e il sangue.

Tale credenza che lo spirito del grano si celi proprio nell'ultimo grano sembra derivare dal fatto che nel corso della mietitura, un gran numero di animali selvatici fuggivano via appena gli ultimi ciuffi venivano tagliati, e ciò rappresentava un evento tale che mietitori e braccianti si radunavano intorno a quegli ultimi steli per uccidere i poveri animali appena stanati da quel loro ultimo rifugio. Per l'uomo antico era quindi logico credere che lo spirito del grano, scacciato dalla sua casa fra le spighe mature, cercasse di fuggire assumendo la forma dell'animale che si vedeva schizzare fuori dall'ultimo ciuffo di steli, caduti sotto la falce.

Al gatto sono sempre stati attribuiti poteri femminili, ed è uno degli animali prediletti dalle streghe, che lo ritenevano un famiglio e una sorta di comunicatore con il mondo delle ombre. E' un animale che consente di muoversi tra mondo fisico e spirituale e gli sono stati attribuiti poteri di rinascita, come ad esempio in India dove la dea della nascita è associata al gatto. E' una creatura notturna e solitaria, il che ha contribuito ad accrescerne l'alone di mistero. La credenza medievale secondo la quale le streghe si trasformerebbero in gatti
potrebbe avere origine dalle Ennadi,storie di creazione egizie, che raccontavano della mitica figura della Dea dalle Nove Forme, che si diceva potesse trasformarsi nove volte nella sua vita in gatto.

In Scozia, la dea delle streghe era Mither o Mawkin, rappresentata in forma di gatta, tanto che anche le sacerdotesse che presiedevano ai rituali di Beltane indossavano costumi da gatta.

Nel mondo buddhista si rimprovera al gatto di essere stato il solo animale, insieme al serpente, a non essersi commosso alla morte del Buddha, invece nell'antica Cina il gatto era considerato un animale benevolo e in Cambogia viene portato in processione nelle case per ottenere la pioggia.

Nella Cabala, normalmente, è associato al serpente

La demonizzazione da parte della Chiesa cristiana ha fatto sì che si diffondesse l'idea che il gatto nero portasse sfortuna. Al contrario, in Gran Bretagna è un animale che porta fortuna, soprattutto in amore.

Riflessioni e conclusioni


Il gatto elegante e misterioso, sia esso compagno di vita o selvaggio predatore notturno è associato alla Luna, al femminino, all'aldilà e al potere della Terra come Madre Oscura.

Nelle leggende irlandesi, si dice che gli occhi del gatto siano delle porte che collegano con l'Altromondo, in quanto è considerato un animale-chiave, che dischiude le porte fra il mondo terreno e quello astrale.
Egli rappresenta un guardiano coraggioso, un valido custode dei poteri interiori, ma anche un mostro temibile dotato di estrema ferocia, Il suo carattere, la sua indipendenza, il suo portamento hanno certamente ispirato il timore e il rispetto che traspare dai miti e leggende, in cui è presente.


Note: Bibliografia e fonti:

Andrews T. (2004). Segni e presagi del mondo animale. I poteri magici di piccole e grandi creature.Edizioni Mediterranee.

Botheroyd S. P. (2001). Mitologia celtica. Lessico su miti, dei ed eroi. Keltia

Bromwich R. (2006). Trioedd Ynys Prydein. The Triads of the Island of Britain. Third Edition. Cardiff University of Wales Press.

Carr-Gomm P. e S. (1994). L'oracolo dei druidi. Lavorare con gli Animali Sacri della Tradizione Celtica. Edizioni Il Punto di Incontro.

Frazer J.G. (2009). Il ramo d'oro. Studio sulla magia e sulla religione. Ediz. Integrale. Newton Compton Editori.

Matthews J. (2002). Sciamanesimo Celtico. L'Età dell'Acquario.

Morel C. (2006). Dizionario dei simboli, dei miti e delle credenze. Giunti

Rao M. (2008). Le Creature del Popolo Fatato
. Storie ed archetipi dalle tradizioni dei popoli della Dea. Psiche 2

Taraglio R. (2001). Il Vischio e la Quercia. L'Età dell'Acquario.

Walter P. (2005). Artù, l'Orso e il Re. Edizioni Arkeios.

http://en.wikipedia.org/wiki/Cairbre_Cinnchait
http://www.ynis-afallach-tuath.com/public/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=21


Articolo redatto da Euphorbia sulla base delle discussioni e ricerche del Gruppo di Studio “Ynis Afallach Tuath”.
Un ringraziamento particolare a Abigail, Argante, Berkana, Elys, Euphorbia, Marin
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