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Ynis Afallach Tuath

IL MASSACRO SULL'ISOLA DI MONA
Sabato, 11 Dicembre 2010 - 09:25 - 11283 Letture
Celti L’Isola di Mona è impressa nella memoria collettiva per un fatto di sangue in un momento di conquista: quando Roma decise di salire sempre più a Nord per la sua espansione, fece strage di tutti coloro che gli si opponevano.
Questa fu la sorte che colse i druidi e le sacerdotesse dell’Isola di Mona.

Non ci sono molte testimonianze storiche ma quelle rimaste sono autorevoli, ne parla infatti lo storico latino Tacito, nei suoi Annales, precisamente nel Libro XIV, capitoli 29 e 30. Tacito parla di una spedizione punitiva.
Ma dove siamo? Chi era l’uomo che volle questa spedizione? E chi la guidò?
Andiamo con ordine.



I Romani in Britannia ci arrivano nell’anno 55 a.C. con Giulio Cesare, ma non si tratta di una vera e propria conquista, Cesare infatti ritentò lo sbarco l’anno seguente e non lasciò guarnigioni, preferendo tornare a svernare in Gallia, laddove aveva invece operato una vera e propria annessione dei territori e delle popolazioni.
Per tornare in Britannia si deve attendere la sete di gloria del neo imperatore Claudio, nel 43 d.C., quindi circa un secolo più tardi, che desidera aumentare il proprio prestigio come ogni imperatore romano farà, vale a dire conquistare territori inesplorati e trovare nuovi sudditi per l’Impero.
Claudio non è un vero condottiero, le sue menomazioni fisiche ne hanno fatto uno studioso, un filosofo, ma sa scegliere i suoi uomini e sceglie un ottimo generale in Aulo Plauzio che sfruttava le naturali rivalità tra le varie popolazioni celtiche per tenerle sottomesse.
I Romani di solito così indifferenti o per meglio dire tolleranti nei confronti di ogni divinità straniera, tanto non solo da permettere di proseguire con il culto tributato anche dopo che questi popoli son passati sotto l’egida dell’Impero ma addirittura al punto di edificare in Roma stessa templi a divinità straniere, sono fortemente sospettosi e ostili verso una casta per loro incomprensibile e non assoggettabile, quella dei Druidi.
Chi sono in realtà i Druidi? Sono molto lontani nella storia e non ne sappiamo abbastanza.
Per definirli in pochissime parole sono sacerdoti, bardi, cantori, poeti, legislatori ma non sono il braccio diretto della legge o della giustizia, per quello si limitano a ispirare, a guidare, restando nell’ombra, a sostenere il capo guerriero, il Re. Il loro sapere è iniziatico, non ci si improvvisa druido, ci sono anni di studio e di apprendistato del tutto segreti, i Druidi conservano gelosamente il loro patrimonio di sapere e come Celti usano tramandare non servendosi della parola, che è sacra e come tale va tenuta in debito conto e ha valenza magica, nell’accezione che questo termine oggi ha perduto, vale a dire di qualcosa che riesce a svelare il Mondo dell’Altrove, che mette in contatto con il Divino, che può curare, guarire come uccidere, che ha una sua intrinseca insospettabile potenza.

Nulla di scritto ci è quindi mai pervenuto da queste scuole druidiche. Nulla che potesse salvarsi dall’olocausto dei vincitori.
Ne parla Cesare nel suo De Bello Gallico, una delle poche, se non l’unica, fonte autorevole che ha conosciuto questi uomini e ha tentato, con i suoi limiti di uomo d’azione proveniente da un’altra cultura, di comprenderne il valore.


Llandegfan Standing Stone


Dicevamo, i Romani temono i Druidi. Intuiscono, percepiscono la loro potenza, il loro valore. Quello che un conquistatore non può annettere lo distrugge.
La semplice impietosa logica che guida questa forma di conquista è nota ai Romani come a tutti coloro che hanno avuto sogni di gloria sui destini degli uomini. Roma sa che il santuario principale del Druidismo è a Mona, quella che oggi conosciamo come Anglesey, a Nord – Ovest del Galles.
Ma perché i Romani temono così tanto i Druidi? Una risposta plausibile ce la fornisce Kondratiev, nel suo “Il tempo dei celti”. I Druidi sono la classe più prestigiosa della società celtica e hanno una visione del mondo diversa da quella romana e non accettano alcuna adulterazione straniera del loro credo, non intendono tanto meno permettere ai romani di divenire la loro autorità religiosa. Cosa che Roma non potrà tollerare, né ora né in seguito: Roma rispetta i culti religiosi altrui, purché sottomessi ai propri e fedeli a Roma stessa, all’autorità, basti pensare ai cristiani, non vengono messi a morte perché adorano un altro dio, l’Impero è pieno di dei, ma perché si rifiutano di riconoscere la supremazia dell’autorità religiosa romana, non offrono, sappiamo, incenso al Genio dell’Imperatore.
Cesare nel De Bello Gallico parla di sacrifici di sangue, di vittime bruciate vive, nel pensiero popolare romano i druidi sono selvaggi da temere e, se possibile, da sottomettere o distruggere. I druidi della Gallia Lugdunensis nel 18 d.C. decidono di accettare la sovranità romana sulla loro terra per averne come contraccambio tolleranza per la loro religione. L’accordo li salva dallo sterminio ma è di per sé una sconfitta.
Ai Romani fu proibito di partecipare ai rituali druidici e i Celti che fossero attratti dalla vita di Roma dovettero recidere le proprie radici.
Torniamo sull’Isola di Mona.
Ostorio Scapula, che successe nella carica di governatore della provincia di Britannia a Plauzio ha anch’egli intenzione di marciare contro Mona, ma sarà distolto dal suo proposito dallo scoppio di una rivolta anti romana da parte dei Briganti, alle sue spalle.
I successori di Scapula, Didio Gallo e Veranio Nepote, con il loro malgoverno esaspereranno le già precarie condizioni di vita dei Britanni, contribuendo a creare quel malcontento che fomenterà la rivolta.
Nel 59 diviene Governatore Svetonio Paolino, per sostituire Nepote morto mentre è ancora in carica.
Qui ci sarà una svolta decisiva. Paolino è uomo d’arme energico, abituato a combattere, a obbedire, a porsi pochi interrogativi.
È stato già pretore, ha servito in Mauretania come legato, sa fronteggiare le rivolte indigene. E’ l’uomo che Claudio aspetta, un uomo di cui Plinio il Vecchio parla nella sua Naturalis Historia descrivendone l’attraversamento della catena dell’Atlante.
Ascoltiamo Tacito:
Tacito - Annales - Liber Xiv – 29
[29] Caesen[n]io Paeto et Petronio Turpiliano consulibus gravis clades in Britannia accepta; in qua neque A. Didius legatus, ut memoravi, nisi parta retinuerat, at successor Veranius, modicis excursibus Silu[r]as populatus, quin ultra bellum proferret, morte prohibitus est, magna, dum vixit, severitatis fama, supremis testamenti verbis ambitionis manifestus: quippe multa in Neronem adulatione addidit subiecturum ei provinciam fuisse, si biennio proximo vixisset. sed tum Paulinus Suetonius obtinebat Britannos, scientia militiae et rumore populi, qui neminem sine aemulo sinit, Corbulonis concertator, receptaeque Armeniae decus aequare domitis perduellibus cupiens. igitur Monam insulam, incolis validam et receptaculum perfugarum, adgredi parat, navesque fabricatur plano alveo adversus breve et incertum. sic pedes; equites vado secuti aut altiores inter undas adnantes equis tramisere.

29. [61 d.C.]. Nell'anno dei consoli Cesennio Peto e Petronio Turpiliano, abbiamo subìto una pesante sconfitta in Britannia, dove, come già detto, il legato Aulo Didio si era limitato a mantenere le posizioni acquisite, e dove la morte aveva impedito al successore Veranio, dopo modeste incursioni nel territorio dei Siluri, di proseguire le operazioni militari. Aveva egli acquistato, finché visse, grande fama di austero senso d'indipendenza, ma lasciò chiaramente trasparire, nelle ultime parole del testamento, quale ambizioso cortigiano fosse: infatti, dopo una serie di espressioni adulatorie verso Nerone, aggiunse che egli avrebbe potuto consegnare, sottomessa, la provincia, se fosse vissuto ancora due anni. Governava comunque al momento la Britannia Svetonio Paolino, emulo di Corbulone per capacità militari e, stando alle voci del popolo, che si affretta a trovare per tutti un rivale, desideroso di eguagliare, piegando i ribelli, la gloria del conquistatore dell'Armenia. Si prepara dunque ad invadere l'isola di Mona, forte per la sua popolazione e rifugio di profughi, e costruisce navi a chiglia piatta contro i fondali bassi e insidiosi. Trasportò così la fanteria; dietro passarono i cavalieri a guado o spingendo a nuoto i cavalli, dove le onde si levavano più alte.

Paolino è convinto che conquistare Mona significherebbe acquisire una posizione strategica per completare la sottomissione della Britannia e nel 61 d.C., con due legioni, la XIV Gemina e la XX Valeria Victrix, con un’operazione anfibia giunge sullo stretto di Menai.
La fanteria viene traghettata su imbarcazioni a fondo piatto, la cavalleria riuscì a passare a guado, dove possibile, a nuoto dove il fondo si allontanava.
La legione romana (dal latino legio, legere = raccogliere assieme) era l’unità di base dell’esercito e con la riforma di Ottaviano Augusto è composta da 5.500 fanti essenzialmente, ma ci sono anche 120 cavalieri per legione.
Stiamo parlando quindi di almeno 11.000 uomini, esclusi i comandanti.
Questi uomini, abituati a combattere e a non indietreggiare mai, su nessun terreno e dinanzi a tutti i nemici, restano bloccati da uno spettacolo spaventoso: uomini che lanciano contro di loro maledizioni, donne scarmigliate e urlanti. Sono i druidi e le sacerdotesse dell’Isola di Mona, che tentano in qualche modo di arginare il massacro.
Ascoltiamo ancora la descrizione della scena dalla bocca di Tacito:
Tacito - Annales - Liber Xiv – 30
[30] Stabat pro litore diversa acies, densa armis virisque, intercursantibus feminis, [quae] in modum Furiarum veste ferali, crinibus disiectis faces praeferebant; Druidaeque circum, preces diras sublatis ad caelum manibus fundentes, novitate adspectus perculere militem, ut quasi haerentibus membris immobile corpus vulneribus praeberent. dein cohortationibus ducis et se ipsi stimulantes, ne muliebre et fanaticum agmen pavescerent, inferunt signa sternuntque obvios et igni suo involvunt. praesidium posthac impositum victis excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adolere aras et hominum fibris consulere deos fas habebant. haec agenti Suetonio repentina defectio provinciae nuntiatur.

30. Li aspettava sulla spiaggia un ben strano schieramento nemico, denso d'uomini e d'armi e percorso da donne, in vesti nere, a mo' di Furie, impugnanti fiaccole; attorno i Druidi, levate le mani al cielo, lanciavano maledizioni terribili: la novità della scena impressionò i soldati, per cui offrivano, come paralizzati, ai colpi nemici il corpo immobile. Poi, stimolati dal comandante e incitandosi a vicenda a non mostrare paura di fronte a una banda di donne e di invasati, avanzano, abbattono chi li fronteggia e li travolgono nei loro stessi fuochi. Fu imposto, in seguito, ai vinti un presidio e furono abbattuti i boschi consacrati a culti barbarici: era infatti un loro atto rituale bagnare gli altari del sangue dei prigionieri e consultare gli dèi con viscere umane. L'operazione era in pieno svolgimento, quando Svetonio viene informato della ribellione della provincia.

I legionari sanno che nei boschi dell’Isola si eseguono sacrifici umani. Che sia reale o meno, la diceria ha il suo effetto paralizzante.
Qualcuno di loro forse ha sentito parlare del massacro di Teutoburgo, dove nel 9 d.C., per il tradimento di Arminio, cavaliere germano alleato di Roma, Publio Quintilio Varo ha lasciato massacrare tre legioni e migliaia di civili inermi che si dirigevano verso i campi invernali, così lungamente pianti dall’Imperatore Augusto e causa della morte, suicida, dello stesso Varo e di cui, ancora oggi, non si è finito di raccogliere i resti, legionari e civili uccisi brutalmente, seviziati e torturati dai Germani di Arminio e delle tribù vicine, fatti a pezzi ancora vivi, crocefissi agli alberi, uomini, donne, bambini, senza distinzioni, sacrificati alle divinità germane nella selva di Teutoburgo.
Esitano, i legionari, forse qualcuno indietreggia. Ma Svetonio Paolino non è tipo da farsi bloccare dalle paure ancestrali, dalle maledizioni, dagli anatemi.
Sprona i suoi e li getta all’assalto: donne violate e uccise, uomini uccisi anche se supplicanti. Non viene risparmiato nessuno. La classe sacerdotale di Mona non esiste più.
Svetonio Paolino non ha però il tempo per assaporare la propria vittoria, perché deve combattere Boudicca, l’impavida regina degli Iceni, che stanchi dei soprusi degli occupanti Romani, hanno formato una coalizione e danno battaglia agli invasori.
Lascia Mona, quindi Paolino, per ridiscendere contro Boudicca, che quando ha chiesto ai Romani di rispettare i patti stretti con il Re degli Iceni suo sposo, alla morte di questi, ha ricevuto in risposta violenza per lei e per le sue due figlie.
Ecco, questa è la storia.
Leggende ne nacquero immediatamente, a tutt’oggi parlando di Mona e dei suoi druidi e delle sue sacerdotesse, si trovano ovunque racconti fantastici più o meno accettabili.
Ma la storia è tutta qui. Si potrebbe parlare ancora di Svetonio Paolino e di come riuscì a vincere contro gli Iceni, di quale sia stata la sua vita.
Ma questo è un altro discorso e dovrà essere affrontato un’altra volta.
Mona è stata distrutta dai Romani e non esiste più. Lascia un vuoto nel tempo e nella storia. Un vuoto che nessuno potrà mai più colmare, in alcun modo.



Note: Ricerca e articolo di Fairymoon - Fulvia

Fonti:
Francesco Lamendola “Svetonio Paolino distrugge il ‘santuario’ della resistenza druidica sull’Isola di Mona”; www.arsmilitaris.org/.../Svetonio_Paolino_nell'isola_di_Mona.pdf
Wikipedia “la legione romana”; (http://it.wikipedia.org/wiki/Legione_romana)
Roma, ai confini dell’Impero _ documentario della National Geographic Society, History Channel;
Tacito, Annales, Libro XIV, 29 – 30 (Tacito, Tutte le opere, Annali, a cura di Lidia Storoni Mazzolani, Roma, Newton & Compton Editori, 1995, vol. II, pp.224);
Kondratiev “Il Tempo dei Celti”, pag. 18 e seguenti
Cesare, De Bello Gallico, 4.20 - 36
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