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Ynis Afallach Tuath

IL MAIALE
Martedì, 04 Gennaio 2011 - 12:38 - 2291 Letture
Il maiale è un simbolo speciale in molte culture. Secondo l’oroscopo cinese, i nati nel 1935 o nel ’47, ’59, ’71, ’83, ’95, appartengono al segno zodiacale del maiale. Ma esso acquista una valenza misteriosa anche nelle fiabe, nelle tarde leggende, fino ai cartoni animati dell’epoca moderna. Pensiamo a “I tre porcellini” di Walt Disney o a “Wonder Pig”, maialino dotato di super poteri; nonché alla storia “Il porcellino salvadanaio” di Hans Christian Andersen.
Nelle culture pagane era profondamente legato alla Dea, di cui simboleggiava l’abbondanza, la capacità di donare fertilità, il suo essere Madre generosa.

Assieme al cinghiale e alla scrofa, era presente in tutta l’area indoeuropea (presso i Celti, anch’essi di famiglia indoeuropea, la costellazione dell’Acquario prendeva il nome di Costellazione del Cinghiale), ma anche in quella gallica e romana. Il termine moccos, ad esempio, significava “porco” e compare in un’iscrizione di Langres; mentre in onore della dea Maia, figlia di Atlante e madre di Mercurio, si era soliti sacrificare un porco grasso (porcus pinguis).

I Celti pagani erano molto legati al maiale e lo consideravano un animale sacro con funzioni molteplici ma specifiche che, a differenza di quanto è avvenuto con la successiva demonizzazione cristiana degli attributi femminili, erano quasi sempre positive. Rappresentava la dea Ceredwen ed era onnipresente nelle celebrazioni di fine anno, ovvero a Samhain. Lo vediamo trionfare anche nel banchetto tra Manannan (dio del mare) e il re Cormac: il dio, mentre cuoce un maiale, confessa al sovrano di possederne sette (i sette livelli d’esistenza), ma nessuno può essere bollito se prima non viene pronunciata una verità su ogni quarto di essi. I maiali di Manannan simboleggiano quindi la conoscenza, ma sono anche ponte tra due mondi – quello terreno e l’Altromondo.

È inoltre interessante ricordare che questa scena si svolge prima di Samhain.

Anche durante le Tesmoforie – festività femminili per eccellenza, celebrate a ottobre in onore della dea Demetra e di sua figlia Persefone, rapita da Ade – venivano offerti lattonzoli sacri alla Dea: si mescolava carne di maialini, che erano stati lasciati a putrefare per tre mesi in luoghi sotterranei, ai semi per la semina. L’idea era di richiamare il potere di vivificare e accelerare la crescita (Erodoto parla di un rituale simile che si teneva presso gli Egizi).

In gaelico maiale si dice orc. Da qui deriverebbe il nome delle Orcadi (il cui antico nome gaelico era Insi Orc) o, in inglese, Orkney, dimore della dea della morte. Insi significava infatti “isola” e orc indicava un giovane maiale o cinghiale. Quando giunsero i Vichinghi, confusero orc con orkn (foca) e da qui nacque l’isola delle Foche, Orkneyjar, nonché il successivo Orkney.
Tra i Celti anche la figura del porcaro aveva una valenza specifica e fondamentale. Nel quarto ramo dei Mabinogion scopriamo che Pryderi fu il primo a possedere dei maiali, rubati con l’inganno a Gwydyon. Nelle Trioedd Ynys Prydein vengono menzionati i porcari più importanti: “I Tre Potenti Porcari dell’Isola di Prydein: il primo fu Pryderi ap Pwyll Pendaran del Dyved. Il secondo fu Coll ap Collvrewi. Il terzo fu Trystan ap Tallwch”. Come se non bastasse, secondo una delle tradizioni sulle origini di Glastonbury il nome della cittadina deriverebbe da Glas, figlio di Cas, porcaio del re di Hirnath, che qui era giunto con i suoi maiali.

Attraversando il lembo d’acqua che separa il Galles dall’isola di smeraldo, scopriamo che tra i nomi dell’Irlanda c’era anche quello di Inis na Muice, cioè Isola del maiale. Pare infatti che quando i Milesi cercarono di raggiungere le sue sponde, i potenti Tuatha de Dannan sollevarono una terribile nebbia che fece assumere all’isola l’aspetto di un enorme maiale. Sempre in Irlanda, in epoca pagana, secondo W. Hackett il maiale era sacro tanto quanto lo è oggi in India e Cina.

Leggiamo infatti: “Tutte le leggende di animali della specie suina, che abbondano in Irlanda, Galles e Scozia, avevano come riferimento la soppressione di una forma di idolatria, analoga, se non identica, al culto esistente della divinità Vishnu, nel suo aspetto di cinghiale”
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Nei miti, il maiale compare spesso come portata principale di banchetti cerimoniali per assorbirne il potere magico intrinseco. La prima descrizione di un pranzo a base esclusivamente di maiale ricorre nell’Odissea; ma ritorna ancora ne “Il testamento del porcello”, testo del III sec. d.C. In alcune tradizioni ci si nutriva della sua carne e del suo sangue, in altre esso veniva cotto ma non mangiato. Le energie, la forza rigeneratrice e il potere di intermediario tra mondi di questo straordinario animale venivano fatti propri da chi se ne nutriva.

Risalendo a tempi più recenti, in una curiosa tradizione che si teneva alla vigilia di Natale nelle valli del Natisone (zona Cividale del Friuli), le ragazze desiderose di scoprire il loro futuro amoroso dovevano farsi trasportare sulle spalle da un’amica fino alla soglia di un porcile: il numero dei grugniti del maiale avrebbe suggerito quanti anni mancavano al suo matrimonio. Ancora, in famiglia, sotto alcuni piatti, si celavano una fede, un pettine e una chiave. Ogni fanciulla in cerca di marito poteva sollevarne uno solo per scoprire il suo responso: se trovava la fede, voleva dire che era prossima a nozze d’amore; se trovava un pettine, che il suo sarebbe stato matrimonio celebrato contro voglia. Se trovava la chiave, voleva dire che era suo destino divenire una bravissima massaia.

In quanto al cinghiale, in epoca neolitica era considerato anch’esso simbolo della Dea, ma come signore di morte e rinascita. Esso è infatti un animale saprofago, si nutre cioè di sostanze organiche in via di decomposizione che racchiudono il doppio seme di vita e morte. Il cinghiale è protagonista nella figura di Twrch Trwyth nella storia di Culhwch e Olwen, dove dovrà essere cacciato da Culhwch affinché questi possa sposare Olwen. Parente prossimo di Twrch Trwyth è, nella mitologia celtica irlandese, Orc Triath, sacro alla dea Brigit e simbolo di aggressività, combattività, coraggio.
In Oriente, come abbiamo già accennato, il cinghiale è una delle incarnazioni del dio Vishnu, che nella Trinità indù simboleggia l’energia centripeta e immanente (da vish “penetrare”), denominata sattva. Quale simbolo di forza coesa, questo dio sembra richiamare la dea celtica Branwen, nucleo centrale attorno a cui ruota il cerchio avaloniano.

La storia di Vishnu narra che, all’origine tutto il mondo era sommerso dal mare. Era l’Era del Cinghiale, durante la quale il dio, sotto le sembianze di questo animale si tuffò negli abissi e uccise il demone Occhio d’oro (Hiranyaksha) che aveva affondato la terra nelle profondità dell’oceano. Vishnu la riportò in superficie sotto forma di grande barca galleggiante, la spianò e la arricchì di montagne, poi la divise in sette continenti e creò la vita.

Secondo un altro mito, il Cinghiale-Vishnu raggiunse la profondità della colonna di fuoco, il linga di Shiva, mentre Brahma salì in forma di cigno sulla sua cima dando così origine alla trinità, di cui Vishnu rappresenta l’elemento Terra.
Emerge qui uno dei miti della creazione comune a tutte le tradizioni, in cui vengono descritte enormi distese d’acqua e lo sprofondamento del nostro pianeta, a rievocare Atlantide e il Diluvio Universale. Il significato è che solo la compattezza e la forza coese possono riportare alla luce ciò che è affondato negli abissi. Allo stesso modo, nella tradizione celtica, Branwen è colei che ci risveglia alla consapevolezza dell’esistenza, alla conoscenza della luce e della verità divine che risiedono in ognuno di noi, assicurando così la vita eterna.
 
Passando alla scrofa, scopriamo che anch’essa era associata alla Dea, ma in quanto entità gravida e quale simbolo di ciclicità, rinnovo, ritorno. Il suo corpo ricorda infatti quello di una donna incinta. Non dimentichiamo che la scrofa bianca ricorre in diverse mitologie: nell’Eneide, è lei a indicare ai troiani che dovranno trascorrere trent’anni prima che possa nascere la città di Alba; mentre, presso i Celti, era animale sacro alla dea Belisama. Con i suoi piccoli, la scrofa era anche associata alla ricerca di un luogo sacro.

Gli antichi popoli pagani la mettevano in correlazione con il ciclo lunare, poiché la sua fisicità ricorda il corpo della Luna nel suo gonfiarsi e sgonfiarsi, sorgere, ingrandirsi e scomparire; mentre gli antichi Romani erano soliti sacrificare una scrofa il giorno della semina. In archeologia, sono stati rinvenuti numerosi manufatti antichi (ad esempio, il vaso gumelnita del V millennio a.C. o una statuetta appartenente alla Siria del XVII-XVI secolo a.C.) che raffigurano teste di scrofa agghindate con orecchini e altri monili, a sottintendere la forma e la sostanza, il coraggio e la femminilità, caratteristiche doppie coesistenti nel femmineo sacro. 

Purtroppo, con il tempo e con l’avvento del patriarcato, questi attributi sono stati demonizzati, assumendo connotati negativi e volgari; per cui anche il termine troia, che in origine indicava la scrofa fertile, è diventato sinonimo di prostituta; e la dea, che pur non è mai tramontata nella coscienza dell’uomo, è stata mortificata nella forma della Grande Meretrice.
 

Note: Articolo redatto da Eriu

Fonti: La Dea Bianca di R. Graves; Il vischio e la quercia di R. Taraglio; Il Linguaggio della Dea di M. Gimbutas; Irish Druids and Old Irish Religions di James Bonwick; “La notte degli Spiriti” de il Clan del Lupo;
 
Un grazie a: Argante, Euphorbia, Caillean, Violet, Berkana, Fairymoon, Marin, Elys, Eriu.
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